Il ritorno dei 350 metri non placa la rivolta dei comuni montani esclusi
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Redazione Interno
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La soglia si è abbassata, passando dai seicento metri iniziali – una quota che avrebbe letteralmente decimato i territori considerati montani – ai trecentocinquanta, ma la pace sulle aree interne, e marchigiane in particolare, è tutt’altro che firmata. La nuova classificazione prevista dalla legge 131/2025, frutto di un braccio di ferro durato mesi e di un recente via libera in commissione, continua a lasciare fuori dal perimetro del riconoscimento ufficiale decine di amministrazioni comunali, innescando una levata di scudi che attraversa gli Appennini e non accenna a placarsi. Nelle Marche, l’asticella fissata a quota 350 metri sul livello del mare, se da un lato ha scongiurato la cancellazione dell’80 per cento dei comuni che godevano dello status dal 2008, dall’altro ha comunque prodotto un elenco di esclusi che conta ventinove amministrazioni, le quali si trovano ora a dover fare i conti con la prospettiva di perdere agevolazioni e contributi fondamentali per la loro sopravvivenza -5.
Il nodo della questione, a sentire i primi cittadini dei territori rimasti fuori, risiede proprio nella rigidità di un parametro puramente altimetrico, giudicato incapace di cogliere la complessità e le reali difficoltà di chi vive e lavora in zone che, pur non superando la media dei trecentocinquanta metri, condividono con la montagna più alta le stesse fragilità strutturali: isolamento, spopolamento, carenza di servizi essenziali e costi di manutenzione del territorio lievitati a dismisura. Tra questi, nel pesarese, spiccano i nomi di Fossombrone, il cui sindaco Massimo Berloni aveva già manifestato tutto il suo scetticismo, e di altri sette comuni, mentre nell’ascolano e nel maceratese l’esclusione riguarda, tra gli altri, Appignano del Tronto, Castignano, Belforte del Chienti, Colmurano e Sant’Angelo in Pontano -1.
L’offensiva delle sindache e la paura per le imprese agricole
La battaglia, tuttavia, non si combatte solo lungo la dorsale marchigiana. Oltre il confine, in Emilia-Romagna, la mobilitazione assume le sembianze di un’azione coordinata e tutta al femminile. Tania Bocchini, sindaca di Sogliano al Rubicone e presidente dell’Unione Rubicone e Mare, insieme a Sara Bartolini, prima cittadina di Roncofreddo con delega alla montagna, e a Monica Rossi, sindaca di Mercato Saraceno, hanno annunciato l’avvio di un fronte comune che coinvolge anche altre realtà escluse, un’alleanza che punta a ottenere garanzie concrete e che si estende già ai territori di Marche e Toscana -2-7. La loro preoccupazione, hanno spiegato, non è legata a una mera questione di etichetta amministrativa, ma al rischio concreto di veder saltare un equilibrio costruito negli anni all’interno delle unioni montane, dove la solidarietà tra enti di collina, pianura e costa aveva permesso di erogare servizi in modo efficiente. Se gli agricoltori, ha messo in guardia Bocchini, dovessero perdere le agevolazioni contributive e previdenziali legate allo status di comune montano, verrebbe meno quel presidio fondamentale del territorio che previene il dissesto idrogeologico e mantiene vivi i borghi -2.
L’allarme, del resto, è stato raccolto con forza anche dalla Confederazione Italiana Agricoltori delle Marche, che ha contato tredici comuni, otto dei quali in provincia di Pesaro e Urbino, destinati a uscire dal nuovo elenco. Il presidente regionale Alessandro Taddei ha parlato di un criterio riduttivo, quello dei soli trecentocinquanta metri, che rischia di tagliare fuori territori con le stesse identiche problematiche delle aree interne riconosciute, provocando conseguenze pesantissime per il settore primario: la perdita di crediti d’imposta, di incentivi per gli investimenti e di contributi per il recupero del patrimonio agroforestale rappresenterebbe per molte aziende agricole, già in difficoltà, il colpo definitivo -1.
La rigidità dei numeri e la protesta dei “veri montani”
Mentre i sindacati agricoli chiedono alla Regione di intervenire per tamponare una falla che appare evidente, utilizzando le proprie leve finanziarie per sopperire ai tagli statali, non mancano voci critiche che, dall’altro versante, guardano con sospetto all’allargamento della maglia. Giorgio Mochi, ex sindaco di Piobbico e figura di spicco del territorio, ha ribadito con forza la sua posizione, sostenendo che l’ingresso nella lista dei comuni montani di amministrazioni che non raggiungono determinate quote finisca per “sottrarre fondi alle genti della montagna”, quelle che vivono in insediamenti storicamente e geograficamente considerati tali, come Serra Sant’Abbondio, Frontone, Cantiano, la stessa Piobbico, Apecchio, Carpegna e gli altri comuni dell’alta valle -3-9. Una posizione, la sua, che mette in luce il paradosso di una riforma che, nel tentativo di accontentare tutti con un compromesso al ribasso, rischia di accendere un conflitto tra poveri, dove ci si contende le briciole di un Fondo per la montagna che, per quanto implementato, non sembra sufficiente a coprire i bisogni di tutti.
A questo si aggiunge il fatto che il decreto, pur avendo ottenuto il disco verde dalla maggioranza delle Regioni in Commissione Politiche per la Montagna, ha incontrato il voto contrario di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna e Campania, territori a guida centrosinistra che continuano a giudicare i nuovi criteri inadeguati -5. Il punto critico, come sottolineato da più parti, resta l’assenza di parametri socio-economici che vadano oltre la semplice altitudine: il tasso di spopolamento, la disoccupazione, la distanza dai servizi essenziali come ospedali e scuole, il dissesto idrogeologico, sono tutte variabili che non trovano spazio nella nuova classificazione. Per i comuni esclusi, l’unica ancora di salvezza, al momento, sembra essere la possibilità che le Regioni possano destinare risorse proprie a questi territori, una soluzione tampone che, però, non garantisce quella stabilità normativa e quella chiarezza di fondo che sindaci e amministratori continuano a rivendicare con forza.




