La nuova legge sui comuni montani crea disparità e proteste

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La revisione dei criteri per definire un comune "montano", promossa dal governo e oggetto di un acceso dibattito, sta producendo effetti divergenti sul territorio nazionale, suscitando reazioni contrastanti tra amministratori locali e rappresentanti delle istituzioni. Mentre alcune aree, dopo vibranti proteste, hanno ottenuto una ritrattazione che ne conferma lo status, altre si trovano improvvisamente escluse da una classificazione che comporta cruciali benefici economici e agevolazioni specifiche. La questione, che trae origine da un tentativo di razionalizzazione e aggiornamento normativo, rischia quindi di generare nuove sperequazioni, laddove si proponeva di superarle, alimentando un malcontento diffuso soprattutto tra i sindaci dei piccoli centri che vedono nell'etichetta di "comune montano" uno strumento vitale per la sopravvivenza.

Il caso di Cingoli e la protesta dell'opposizione

Nel maceratese, il comune di Cingoli – che con i suoi 631 metri di altitudine e una quota che sale rapidamente a 800 metri spostandosi di un solo chilometro – si scopre escluso dalla nuova mappatura, nonostante sarebbe rientrato nei parametri precedenti, fissati a 600 metri. Una decisione che ha spinto il gruppo consiliare di opposizione "Per Cingoli", il cui interprete è Alessandro Maccioni, a intervenire pubblicamente e con durezza contro una scelta percepita come ingiusta e svantaggiosa. La posta in gioco, infatti, non è meramente formale, poiché dalla qualifica di montano dipendono finanziamenti e risorse che possono determinare le sorti di servizi essenziali per i cittadini, a partire dalla tenuta dell'ospedale locale, la cui continuità operativa viene apertamente messa in discussione da questa riclassificazione.

Le retromarce per Borgo a Mozzano e Pescaglia

Diversa, e per certi versi opposta, è stata la vicenda che ha riguardato i comuni di Borgo a Mozzano e Pescaglia, in provincia di Lucca, i quali, secondo le prime bozze del provvedimento governativo, avrebbero perso la qualifica di montani. Le immediate e pubbliche proteste sollevate dai loro primi cittadini, Patrizio Andreuccetti e Andrea Bonfanti, hanno innescato una trattativa che ha coinvolto Regione Toscana, Anci e il Ministero competente. Questo confronto, seppur teso, ha condotto a un accordo e a una modifica del testo da parte del governo, il quale ha quindi riconfermato lo status dei due centri, scongiurandone l'uscita da un perimetro che garantisce tutele e sostegni fondamentali per lo sviluppo in aree geograficamente complesse.

Le critiche dall'Appennino e dai Sibillini

Le critiche alla nuova legge, tuttavia, non provengono solo dai comuni espulsi, ma anche da territori che, pur rimanendovi inclusi, ne denunciano l'impostazione generale. Gianmarco Bisio, presidente del Gal Borba – un ente per lo sviluppo che aggrega ben sessantuno comuni tra le province di Alessandria e Asti – non usa mezzi termini, definendo "paradossale" la situazione creatasi dopo una prima stesura giudicata "disastrosa". Secondo la sua analisi, l'introduzione di nuovi e discutibili criteri rischia di relegare l'intero Appennino in una "serie B" amministrativa ed economica, vanificandone le peculiarità e le potenzialità. Una visione parzialmente diversa emerge invece dall'area dei Monti Sibillini, dove l'abbassamento del limite altimetrico da 600 a 350 metri ha permesso a tutti i dieci comuni dell'Unione Montana dei Sibillini di mantenere la classificazione, sebbene il sindaco di Montefortino, Ciaffaroni, contesti una legge dalle "maglie troppo larghe", che rischia di appiattire le profonde differenze esistenti tra contesti montani veri e propri e aree semplicemente collinari.

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