Urbino chiede il reintegro tra i comuni montani, sindaci pronti a restituire le fasce

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La protesta contro la nuova classificazione dei comuni montani, un provvedimento voluto dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli e che dà attuazione alla legge 131 del 2025, si allarga a macchia d’olio e assume toni sempre più accesi, con le opposizioni che chiedono a gran voce la convocazione di un Consiglio comunale urgente e straordinario. Al centro della disputa, che coinvolge territori ben oltre i confini della provincia pesarese, c’è la questione dei criteri, rigidamente altimetrici e morfologici, che rischiano di escludere decine di municipi, fra cui la stessa Urbino, da un ventaglio di benefici economici e agevolazioni considerati essenziali per la sopravvivenza stessa di queste aree. Una questione che, almeno sulla carta, sembra raccogliere una preoccupazione trasversale, estendendosi anche a settori della maggioranza che governa la città ducale, la quale peraltro mantiene un collegamento diretto con l’amministrazione regionale. L’impostazione data alla norma, e questo è uno dei nodi più critici sollevati dai primi cittadini, pare privilegiare aree dalla conformazione più pianeggiante, come quelle attorno ad Ascoli Piceno, e non tenere nella dovuta considerazione le specificità orografiche e le effettive fragilità socioeconomiche di territori storicamente considerati montani.

Il malcontento, tuttavia, non si ferma alle aule consiliari e agli ordini del giorno. In molti centri del crinale appenninico, l’esclusione dalla nuova mappa è stata vissuta come un autentico affronto, una sorta di declassamento che cancella anni di appartenenza e di lotte. I sindaci dei comuni che non figurano nell’elenco aggiornato, quello che ridetermina l’accesso al Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane (Fosmit) e ad altre misure di sostegno, sono pronti a mettere in atto gesti estremi e dal forte valore simbolico. L’ipotesi, ventilata con forza da alcuni amministratori, è quella di restituire la fascia tricolore al prefetto, quasi a voler significare l’impossibilità di continuare a rappresentare istituzionalmente una comunità privata di risorse e riconoscimenti fondamentali. Una provocazione, certo, ma che nasconde una determinazione sempre più concreta, visto che molti stanno valutando parallelamente la strada del ricorso giurisdizionale. “Siamo pronti a restituire la fascia se non saremo almeno ascoltati”, ha esordito con amarezza il sindaco di Colmurano, Mirko Mari, sintetizzando il sentimento di chi si sente ignorato da un governo che, nonostante le pressioni, ha tirato dritto per la sua strada dando il via libera definitivo alla nuova classificazione in Consiglio dei ministri. “Non ci hanno neppure spiegato le ragioni dell’esclusione”, ha continuato il primo cittadino, sottolineando la mancanza di un confronto reale e trasparente sulle motivazioni che hanno portato a escludere il suo e tanti altri territori.

La mobilitazione nei consigli comunali e l’asse con il Friuli

L’onda lunga della contestazione ha investito anche Fermignano, dove il consiglio comunale si è espresso all’unanimità, un fronte comune che ha visto convergere maggioranza e opposizione nella richiesta di reinserimento immediato nell’elenco. Nella seduta di venerdì sera è stato approvato un ordine del giorno che, con forza e senza ambiguità, chiede di rivedere una decisione unilaterale del governo, la quale, si legge nel documento, rischia di provocare danni economici e sociali gravi e concreti. Una decisione resa necessaria, appunto, dall’esclusione operata dall’esecutivo, che per i consiglieri fermignanesi appare incomprensibile e lesiva degli interessi della collettività. La preoccupazione, del resto, non è solo un’esclusiva delle Marche. In Friuli Venezia Giulia, dove l’autonomia speciale potrebbe rappresentare un argine, si sta aprendo un serrato dialogo fra i sindaci della fascia pedemontana, l’amministrazione regionale e le associazioni di categoria. Venerdì il segretario regionale della Lega Fvg, Marco Dreosto, ha incontrato diversi primi cittadini, giustamente preoccupati, come ha dichiarato lo stesso esponente politico, per l’impatto delle nuove norme nazionali.

Al centro di quell’incontro, che ha visto confrontarsi amministratori locali e rappresentanti del governo territoriale, le pesanti ricadute del decreto attuativo che, come noto, ridefinisce i parametri basandosi esclusivamente sull’altitudine media del territorio comunale e sulla percentuale di superficie con una pendenza superiore al venti per cento. Un approccio che, a giudizio di molti, finisce per fotografare solo una parte della realtà, trascurando fattori come l’isolamento infrastrutturale, la dispersione insediativa e i costi aggiuntivi per l’erogazione dei servizi, elementi che invece dovrebbero essere centrali in una moderna strategia per le aree interne. I sindaci chiedono che il concetto di montagna non venga ridotto a una mera equazione matematica, ma che si tenga conto di un contesto ben più complesso e variegato, fatto di fragilità quotidiane e di un presidio del territorio che, senza adeguati sostegni, rischia seriamente di venir meno.

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