Netanyahu riaccende la guerra a Gaza: una mossa politica tra bombe e trattative

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da settimane, tra analisti, diplomatici e giornalisti, il dubbio non era se Israele avrebbe ripreso l’offensiva su Gaza, ma solo quando. La risposta è arrivata nella notte tra lunedì e martedì, quando una pioggia di bombe ha colpito la Striscia, causando centinaia di vittime, in gran parte civili. Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, ha scelto di riaccendere il conflitto in un momento delicato, sollevando interrogativi sulle reali motivazioni dietro questa decisione.

Michael Milshtein, direttore degli Studi palestinesi presso il Centro Moshe Dayan e noto analista politico, non nasconde il suo scetticismo. «Mi aspettavo che Netanyahu volesse riprendere la guerra a Gaza», afferma, sottolineando come la mossa sembri dettata più da calcoli politici interni che da obiettivi militari chiari. «Non si capisce quale sia lo scopo di una nuova campagna militare», aggiunge, evidenziando come il premier possa aver agito per consolidare la sua posizione politica in un momento di crescente pressione interna.

Intanto, a Gaza, le vite continuano a essere spezzate. Samira, una madre palestinese, racconta al telefono la sua tragedia con una voce che sembra una cantilena. «I miei figli sono morti affamati, non avevo niente da dar loro da mangiare per il suhoor», dice, riferendosi al pasto prima dell’alba durante il Ramadan. Morire di fame non per mancanza di cibo, ma sotto le bombe, in una casa diroccata, su una stuoia sporca: è questa la realtà che emerge dalle macerie di un conflitto che non sembra conoscere fine.

La tregua, fragile e precaria, è durata appena 59 giorni. Poi, Netanyahu ha deciso di rimettere «la pistola sul tavolo del negoziato», come qualcuno ha commentato. Tra lunedì e martedì, nel cuore del Ramadan, mese sacro per i musulmani, i caccia israeliani hanno riempito il cielo di Gaza di ferro e fuoco. Decine di raid simultanei, come non si vedevano da mesi, hanno trasformato la notte in un inferno. Oltre 400 morti, secondo le prime stime, in un’escalation che rischia di far deragliare qualsiasi tentativo di dialogo.

Milshtein, tuttavia, non perde del tutto la speranza. «Ora Stati Uniti ed Egitto devono fare ripartire subito le trattative», afferma, sottolineando come solo una mediazione internazionale possa evitare che la situazione degeneri ulteriormente. Ma il tempo stringe, e le bombe continuano a cadere, mentre Netanyahu gioca una partita che sembra sempre più legata alla sua sopravvivenza politica piuttosto che alla sicurezza di Israele.

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