Taranto, il 15enne confessa l’omicidio di Bakari Sako: «L’arma è un coltello»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notte di quella domenica, che aveva appena inghiottito l’alba di sabato 9 maggio, nella città vecchia di Taranto non conservava più alcun silenzio innocente. È stato un ragazzo di quindici anni – uno dei cinque fermati, stando al decreto notificato l’11 maggio – a spezzare il suo stesso mutismo, consegnando agli inquirenti una versione che, per quanto atteso, non smette di pesare come un macigno. Il minorenne, accusato di concorso nell’omicidio del bracciante maliano Bakari Sako, trentacinquenne ucciso mentre attendeva il bus per recarsi al lavoro, ha infatti reso confessione spontanea, indicando anche il nascondiglio dove sarebbe stato riposto il coltello utilizzato per sferrare i colpi mortali. Un’arma bianca che gli investigatori hanno così potuto recuperare, chiudendo – su questo specifico fronte – il cerchio materiale della prova.

Una sequenza di violenza gratuita, senza apparente movente

La ricostruzione offerta dal decreto di fermo – che ha coinvolto due quindicenni, due diciassettenni e un diciannovenne, Fabio Sale – non lascia spazio a interpretazioni ambigue: l’aggressione non sarebbe nata da un diverbio né da un furto che aveva preso una piega sbagliata. Secondo quanto scrivono i pm delle Procure – quella dei Minorenni e quella ordinaria di Taranto – si sarebbe trattato di una vera e propria «caccia al nero», una spedizione punitiva senza un movente se non il colore della pelle della vittima. Sako, arrivato dal Mali per lavorare la terra, veniva colpito prima con pugni e calci, poi con il coltello che il quindicenne ha ora ammesso di avere usato (o quantomeno di avere avuto a disposizione, nelle fasi finali dell’aggressione). Il senza vita dell’uomo è stato trovato in piazza Fontana, cuore antico della città vecchia, mentre i cinque fermati – tutti italiani, secondo le prime verifiche – tentavano di disperdersi tra i vicoli.

Il peso giudiziario della confessione e l’indicazione dell’arma

La decisione del quindicenne di parlare – circostanza riportata da Sky TG24 – potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle indagini, non tanto per l’attribuzione della responsabilità, già circoscritta dal fermo, quanto per la ricostruzione minuto per minuto di quella mattina. Indicando il luogo dove il coltello era stato occultato, il ragazzo ha offerto alla procura un riscontro oggettivo alle proprie dichiarazioni, ancorandole a un reperto che verrà ora sottoposto a rilievi – impronte, tracce ematiche, eventuale Dna. Nessuno dei cinque, al momento, risulta avere precedenti specifici per reati violenti, ma la dinamica descritta nel fascicolo parla di una ferocia che ha lasciato persino gli inquirenti basiti: calci al volto mentre la vittima era già a terra, poi le coltellate sferrate senza che Sako potesse opporre resistenza. La confessione del quindicenne, si badi bene, non lo sottrae al giudizio minorile; semmai, lo espone a una ricostruzione processuale più nitida, nella quale l’eventuale collaborazione potrà essere valutata solo al momento della eventuale dichiarazione di apertura del dibattimento.

La città vecchia e il bracciante ucciso due volte, dicono alcuni

Bakari Sako, bracciante agricolo, non era un uomo abituato a fare rumore. Prendeva il bus la mattina presto, andava nei campi, tornava la sera. Sabato 9 maggio non è mai arrivato a destinazione. I cinque giovani fermati – due minorenni di 15 anni, due di 17 e il maggiorenne Sale – lo hanno aspettato alla fermata, secondo la ricostruzione accusatoria, e lo hanno aggredito senza che lui avesse il tempo di chiedere perché. Un parroco della zona ha parlato di «una morte che ne contiene un’altra»: quella fisica, e quella civile che deriva dal silenzio di chi non si chiede nemmeno il colore di chi si uccide. Sono frasi, queste, che non entrano nei verbali, ma che il magistrato difficilmente ignorerà quando dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio per tutti e cinque. Per il momento, i fermati restano a disposizione delle rispettive procure: il maggiorenne nel carcere di Taranto, i quattro minorenni in un centro penale per ragazzi. Dietro le sbarre provvisorie di un fermo di indiziato di delitto, mentre il coltello – ora custodito in una busta di carta nel deposito della polizia scientifica – aspetta di raccontare la sua versione del fatto.

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