Il calo degli ingressi irregolari in Ue premia il pragmatismo italiano: -40% nei primi quattro mesi del 2026

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per anni relegato a un fastidioso contorno dell’agenda comunitaria – un tema ciclico destinato a riemergere solo in occasione delle tragedie nel Mediterraneo – il dossier migratorio ha subito una radicale inversione di tendenza da quando Giorgia Meloni è salita a Palazzo Chigi nel lontano 2022. L’approccio, che molti definivano allora isolazionista, si è rivelato invece il nuovo baricentro dell’Unione: la maggior parte dei Paesi membri, infatti, si è allineata sulla scia italiana, abbandonando le velleità redistributive per abbracciare una gestione che definire pragmatica è quasi un eufemismo, incentrata sulla deterrenza e sui rimpatri. Ieri l’Agenzia europea Frontex ha fornito l’ennesima conferma di questo cambio di passo: nei primi quattro mesi del 2026, gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Ue sono crollati del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, portando il conteggio totale a poco più di 28.500 unità. Un dato, questo, che non solo certifica l’efficacia delle misure sul campo, ma legittima anche le polemiche degli anni precedenti quando – va ricordato – chi chiedeva un argine veniva bollato come sovranista.

La via italiana: accordi e hub esterni

A determinare questa flessione – la più significativa registrata su base annua – non è stato certo il meteo, nonostante le avverse condizioni invernali abbiano giocato un ruolo marginale nel rallentare le partenze. Piuttosto, è la costante cooperazione con i Paesi di transito e di partenza a fare la differenza, a cominciare dagli accordi che l’Italia ha stretto con la Libia e la Tunisia. L’Europa, e lo stesso esecutivo comunitario, guarda con crescente interesse anche al modello dei “Cpr delocalizzati”, in particolare al protocollo con l’Albania: un hub di rimpatrio in territorio non Ue che, nonostante le traversie giudiziarie iniziali (i giudici italiani hanno più volte bocciato la convalida dei trattenimenti), è diventato il simbolo di una sovranità migratoria ritrovata. La rotta del Mediterraneo centrale, quella più sanguinosa e trafficata, ha registrato un calo del 46%, con 8.489 arrivi, mentre la rotta dell’Africa occidentale è letteralmente crollata del 78% grazie alle misure preventive adottate da Mauritania, Senegal e Gambia. Solo il Mediterraneo occidentale, in direzione della Spagna, ha fatto eccezione mostrando un aumento del 50%, alimentato principalmente dalle partenze dall’Algeria.

L’effetto Frontex e la stretta sui respingimenti

Parallelamente al calo degli ingressi – che segue di fatto la tendenza già osservata a gennaio con un -60% – l’apparato dei respingimenti ha messo a segno numeri da record. Aumentano in maniera esponenziale gli accessi negati ai cittadini extracomunitari che si presentano ai valichi, con l’Italia che si conferma il Paese più attivo nel bloccare gli sbarchi via mare. Ma c’è un rovescio della medaglia, amaro e ineludibile. Se da un lato diminuiscono le presenze irregolari e aumentano le espulsioni, dall’altro il costo umano rimane drammaticamente alto: nei soli primi mesi del 2026, si contano oltre 1.200 dispersi nel Mediterraneo, un tributo di sangue che nessun calcolo statistico potrà mai alleggerire. La guerra in Medio Oriente aggiunge poi ulteriore instabilità a un quadrante già infiammato, con il Libano che rischia di diventare una nuova piattaforma di partenza verso Cipro e l’Italia.

Un’egemonia pragmatica che piace a Bruxelles

Quel che l’Europa guarda con interesse – e lo fa da oltre un anno, ormai, consolidando questa linea – non è solo il dato numerico in sé, quanto l’architettura legale e diplomatica che lo sorregge. L’Italia, di fatto, ha smontato pezzo per pezzo l’impianto della vecchia politica di accoglienza diffusa, sostituendola con una strategia basata sulla “dimensione esterna”. I documenti prodotti oggi dal Consiglio Ue, a differenza di quelli del passato, non parlano più di redistribuzione degli irregolari, ma di difesa delle frontiere e di regole più efficaci per i rimpatri. Un’egemonia silenziosa, quella italiana, che ha trasformato la cronaca nera degli sbarchi – quella che per decenni ha alimentato solo titoli di giornale – in una serie di procedure tecniche e accordi bilaterali. Resta, sullo sfondo, la necessità di monitorare le rotte secondarie e la pressione crescente sul confine terrestre orientale, dove la Bielorussia continua a giocare la carta ibrida dei flussi migratori verso Polonia e Lituania.

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