La grazia a Nicole Minetti e le parole della procuratrice Nanni: «Ferita dalla malafede di chi vede favoritismi»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il provvedimento di clemenza – concesso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e fondato, come precisato dagli stessi uffici del Quirinale, anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minorenne che necessita di assistenza e cure particolari – ha innescato un dibattito acceso, tanto da costringere i vertici giudiziari milanesi a prendere la parola per chiarire la natura di una decisione che, nelle intenzioni dei diretti interessati, nulla avrebbe a che vedere con i favoritismi o con la "giustizia a singhiozzo".

«Non avrebbe scontato un giorno di carcere in ogni caso»

A intervenire è stata Francesca Nanni, procuratrice generale di Milano, la quale ha spiegato con una certa determinazione i contorni oggettivi della vicenda, che vede coinvolta l’ex consigliera regionale (condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi tra il processo "Ruby bis" per induzione alla prostituzione e il filone "Rimborsopoli" per peculato). Secondo il ragionamento espresso dalla stessa Nanni in un’intervista, la legge italiana non prevede l’obbligo della detenzione intramuraria per chi, come la Minetti, è stato condannato per reati non ostativi a una pena inferiore ai quattro anni; in sostanza, dunque, la pena non sarebbe mai stata scontata dietro le sbarre. «Lo stabilisce la legge, non i magistrati», ha tagliato corto la procuratrice, aggiungendo che la donna "rischiava" semmai l’affidamento in prova ai servizi sociali, un istituto che comunque non avrebbe previsto la reclusione.

Il parere positivo e l’ombra delle influenze

Il sostituto procuratore generale Gaetano Brusa, che ha firmato il parere positivo (non vincolante) indirizzato al ministro della Giustizia Carlo Nordio e poi al Capo dello Stato, ha basato le sue valutazioni su criteri rigidamente professionali. Nella ricostruzione offerta dalla procura, i fatti per cui la Minetti è stata giudicata risalgono a quando l’imputata era molto giovane, senza che rivestisse ruoli direttivi o organizzativi, anzi – ed è questa una delle affermazioni che più hanno fatto discutere – è "verosimile che sia stata influenzata da altri". A ciò si aggiunge, e non è un dettaglio marginale nel ragionamento giuridico, la documentazione di una condotta di vita successiva ai reati non solo regolare, ma caratterizzata da attività meritorie di volontariato in Italia e all’estero, senza alcuna recidiva o comportamento illegale.

La «malafede» delle polemiche e la questione del minore

Ciò che ha ferito maggiormente la procuratrice Nanni, come lei stessa ha confessato, è stata la «malafede» di chi vede favoritismi laddove esiste un percorso legittimo. La presenza di un familiare minorenne in gravi condizioni di salute, ha ribadito il Quirinale, ha reso la grazia – che è un potere esclusivo del presidente – lo strumento più adatto, in quanto l’affidamento in prova avrebbe vincolato la donna alla permanenza in un luogo fisso, impedendole di seguire le cure altamente specializzate necessarie al congiunto. I legali della Minetti, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, hanno parlato di «straordinari profili umanitari», chiedendo massimo riserbo sulle condizioni del minore, mentre la procuratrice Nanni ha lanciato un monito implicito contro una certa "verità mediatica" che si forma spesso fuori dai tribunali.

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