Nicole Minetti, la procura generale: «Per ora nessun elemento per cambiare il parere sulla grazia»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si stringe il cappello delle verifiche, ma il quadro giudiziario intorno all’atto di clemenza concesso a Nicole Minetti – quello stesso provvedimento firmato dal presidente della Repubblica a febbraio dopo un iter che sembrava ormai consolidato – non mostra, almeno per il momento, quelle crepe sostanziali che avrebbero potuto costringere i magistrati a una clamorosa retromarcia. Dopo settimane di accertamenti condotti a ritmo serrato, con rogatorie informali che hanno valicato i confini nazionali per raggiungere Uruguay e Spagna, le prime risposte arrivate sul tavolo della Procura generale di Milano, attraverso i canali dell’Interpol, non hanno restituito alcun elemento di fatto tale da ribaltare il parere favorevole già trasmesso al ministero della Giustizia nello scorso gennaio.

Si tratta, è bene sottolinearlo, di un’analisi che conserva ancora un margine d’incertezza; i magistrati milanesi, in particolare il sostituto procuratore generale Gaetano Brusa insieme alla procuratrice Francesca Nanni, hanno infatti tenuto a precisare che le indagini supplementari sono tuttora in corso e che si attendono ulteriori approfondimenti nei prossimi giorni. La stessa Procura, però, ha fatto trapelare attraverso fonti vicine agli uffici giudiziari un concetto chiaro: se fosse emerso subito un dato – magari legato a irregolarità nella procedura di adozione o a presunte falsità sulla vita privata – capace di inficiare la richiesta di clemenza, lo avrebbero immediatamente comunicato al ministero. Non essendoci stato questo scatto, allo stato attuale l’ipotesi di una revisione del giudizio positivo appare ancora lontana.

Le due direttrici dell’inchiesta: adozione e «cambio vita» sotto la lente di ingrandimento

Le verifiche disposte dal ministero della Giustizia – e fortemente sollecitate dal Quirinale dopo le articolate ricostruzioni giornalistiche di stampa – si muovono essenzialmente lungo due binari paralleli. Da un lato c’è la questione dell’adozione del minore, un bambino di origini uruguaiane che versa in gravi condizioni di salute e che è stato curato a Boston, negli Stati Uniti. È proprio la patologia del piccolo, assieme alla necessità di garantirgli assistenza continuativa, a rappresentare il pilastro portante della motivazione umanitaria addotta dalla stessa Minetti per ottenere la grazia. I magistrati, avvalendosi dei carabinieri per le verifiche documentali in Italia e dell’Interpol per i controlli all’estero, hanno scandagliato la regolarità della procedura che ha portato la coppia formata dall’ex consigliera regionale e dal compagno, Giuseppe Cipriani, a ottenere l’affidamento del bambino. Non sono ancora trapelati dettagli definitivi, ma le prime interlocuzioni con le autorità sudamericane non hanno fatto emergere quei vizi procedimentali che alcuni avevano paventato.

L’altro fronte, altrettanto delicato, riguarda invece la cosiddetta «radicale presa di distanza» dal passato. La concessione della grazia, infatti, si fonda anche sul presupposto che Minetti abbia definitivamente abbandonato quello stile di vita – quello legato ai contesti di devianza e ai condizionamenti esterni – per cui era stata condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per i reati di favoreggiamento della prostituzione (nel noto procedimento Ruby bis) e peculato (per le spese allegre al Pirellone). Su questo punto, gli inquirenti hanno chiesto di verificare gli spostamenti della donna tra la residenza uruguaiana di Punta del Este, una villa a Ibiza e le tappe milanesi, così come eventuali frequentazioni incompatibili con un progetto di riscatto sociale.

Il ruolo dell’Interpol e la smentita delle «anomalie» paventate

Contrariamente a quanto si era ipotizzato nei giorni di maggiore tensione mediatica, i primi riscontri forniti dall’organismo di polizia internazionale non hanno fotografato quella realtà di «doppia vita» che avrebbe potuto far saltare il provvedimento di clemenza. Fonti vicine alla Procura hanno riferito che, relativamente alle verifiche condotte in Uruguay e in Spagna, non risultano a carico di Nicole Minetti né procedimenti penali pendenti, né denunce specifiche, né iscrizioni nel registro degli indagati per fatti analoghi a quelli per cui è già stata giudicata in Italia. Anche per quanto riguarda il compagno, Giuseppe Cipriani (la cui posizione era finita marginalmente nel mirino di alcune inchieste giornalistiche), le prime verifiche non hanno evidenziato criticità giudiziarie all’estero.

Naturalmente, e i magistrati milanesi tengono a ribadirlo con forza, l’assenza di controindicazioni immediate non equivale alla parola fine sull’intera vicenda. La Procura generale attende ancora il completamento di alcuni approfondimenti delegati nelle scorse settimane; solo quando il quadro sarà completo – si parola di tempi brevi, ma non c’è ancora una data certa – si potrà redigere il parere definitivo da inviare al ministero della Giustizia, che avrà l’onere di trasmetterlo al Colle per l’eventuale presa d’atto. In questo contesto, le parole che circolano in questi giorni tra gli uffici di via Freguglia sono improntate a una cautela metodologica: le verifiche sono in corso, ma la rotta tracciata dal parere favorevole di gennaio non sembra destinata a essere invertita.

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