La procura generale conferma: nessun elemento per cambiare il parere sulla grazia a Nicole Minetti
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Redazione Interno
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L’istruttoria supplementare, quella avviata dopo le polemiche sollevate da un’inchiesta giornalistica e i conseguenti approfondimenti richiesti dal Quirinale, non ha finora restituito elementi tali da scalfire il parere favorevole alla concessione della grazia. È quanto emerge dalle prime risposte pervenute alla Procura generale di Milano, dove i magistrati stanno vagliando i dossier relativi alla vicenda umana e giudiziaria di Nicole Minetti, l’ex consigliera regionale la cui condanna era diventata oggetto di un acceso dibattito pubblico. Le fonti vicine agli uffici giudiziari milanesi, nell’illustrare lo stato dell’arte, hanno spiegato che i riscontri forniti dall’Interpol – incluse le verifiche condotte in Uruguay e in Spagna – non hanno fatto emergere quelle anomalie sostanziali che avrebbero potuto ribaltare il quadro. In sostanza, al momento non si intravedono quelle crepe nella documentazione prodotte dalla difesa che avrebbero potuto trasformarsi in un parere negativo, dopo che lo scorso febbraio il presidente della Repubblica aveva firmato l’atto di clemenza motivato dai gravi problemi di salute del figlio adottivo della donna.
Gli accertamenti all’estero e il ruolo dell’Interpol
Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice generale Francesca Nanni e dal sostituto Gaetano Brusa, hanno dovuto in pratica ricostruire a ritroso il percorso di riscatto sociale della 41enne, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione (caso Ruby bis) e peculato. Il nodo centrale, quello che aveva innescato la controffensiva mediatica e le verifiche suppletive del ministero della Giustizia, riguardava la regolarità della procedura di adozione in Uruguay e la reale portata delle cure mediche prestate al piccolo a Boston, negli Stati Uniti. Ebbene, le comunicazioni arrivate dalla polizia internazionale hanno confermato l’assenza di procedimenti penali a carico della Minetti o del suo compagno in quei Paesi, così come non sono state rilevate irregolarità nei passaggi formali che hanno portato all’affidamento del minore. Si tratta di tasselli fondamentali, se si considera che la legge sulla grazia richiede non solo la certezza della pena, ma anche la prova di un concreto mutamento delle condizioni di vita del condannato; una trasformazione, quella documentata dagli avvocati, che passa attraverso la creazione di una nuova famiglia e la gestione di una patologia grave.
L’assenza di colpi di scena e le verifiche in corso
Se fosse emerso subito un dato in grado di dimostrare la falsità dei presupposti della domanda – per esempio la scoperta di una finta adozione o la rivelazione di una latitanza dorata alle Baleari – la Procura sarebbe stata costretta a stoppare immediatamente l’iter e a comunicarlo al ministero. Non è successo, e questo silenzio degli atti è già una risposta. Le fonti giudiziarie, pur confermando la bontà del primo parere (quello che aveva dato il via libera a gennaio), sono però caute: gli accertamenti proseguono, e i magistrati milanesi attendono ancora alcuni riscontri di dettaglio nei prossimi giorni. Resta quindi un margine, seppur tecnico, per ulteriori approfondimenti, ma allo stato attuale la direzione sembra tracciata. Al cuore dell’istruttoria, va ricordato, non c’è solo la verifica dei timbri sui documenti, ma anche la valutazione se la donna abbia davvero “spezzato” con il proprio passato mondano, dimostrando quella “seria volontà di riscatto sociale” che la Costituzione richiede per poter beneficiare della clemenza dello Stato.
I risvolti giudiziari e la tenuta del provvedimento
La posizione di Minetti, che deve espiare una condanna a 3 anni e 11 mesi (pena che era stata trasformata in affidamento ai servizi sociali prima della grazia), non è dunque scalfita dalle illazioni che erano circolate nelle scorse settimane. L’inchiesta del Fatto Quotidiano, che aveva ipotizzato l’esistenza di una causa con i genitori biologici del bambino o la presenza di zone d’ombra sulla sua salute, sembra non trovare riscontro nelle carte arrivate dal Sudamerica. La Procura generale, quando avrà completato il mosaico dei riscontri (incluse alcune verifiche mediche delegate ai carabinieri), formalizzerà il proprio parere definitivo, che verrà rispedito al Colle. Tuttavia, a meno di colpi di scena nelle prossime ore, i presupposti per ipotizzare una revoca della grazia – un evento giuridico rarissimo – non sussistono. Per il momento, né l’ex consigliera né il suo nucleo familiare risultano destinatari di provvedimenti restrittivi, e il silenzio serrato della Procura su eventuali nuove iscrizioni nel registro degli indagati conferma la tenuta dell’impianto difensivo che ha portato alla concessione dell’atto di clemenza.




