Plastica, l'Italia raccoglie di più ma non riesce più a riciclarla: impianti saturi e raccolte sospese in mezza penisola
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Redazione Esteri
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A fine luglio il sindaco di Brindisi, Giuseppe Marchionna, ha firmato un'ordinanza contingibile e urgente che dispone «con decorrenza immediata e sino a lunedì 3 agosto 2026 incluso, salvo ulteriore proroga, la sospensione della raccolta differenziata della frazione costituita dagli imballaggi in plastica». La decisione è arrivata dopo che la società RECSEL, titolare dell'impianto di selezione e pressatura di Taranto, aveva comunicato di essere prossima al limite massimo di stoccaggio autorizzato, con la conseguente sospensione di tutti i conferimenti provenienti dalla raccolta urbana.
Da Brindisi al Salento, l'emergenza si allarga
L'ordinanza brindisina non è rimasta un caso isolato. Nei giorni successivi la sospensione ha coinvolto altri comuni della Puglia, mentre nel Salento la situazione si è trascinata per settimane. A Melendugno, il sindaco Maurizio Cisternino, che presiede anche l'ARO Lecce 2, ha annunciato lo stop temporaneo della raccolta presso le utenze domestiche, mantenendo attivo il servizio per le attività commerciali grazie alle residue capacità di stoccaggio.
Nel frattempo gli otto comuni dell'ARO Lecce 3 hanno potuto riprendere i conferimenti grazie alla disponibilità dell'impianto di Galatone, che però rischia di saturarsi in breve tempo.
Il paradosso dei numeri: si raccoglie di più, si seleziona di meno
Alla base della crisi c'è una contraddizione che il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo, ha descritto con cifre precise. Nel primo semestre del 2026 la raccolta differenziata della plastica è cresciuta del 5 per cento, ma la capacità di selezione si è ridotta di 11.500 tonnellate. L'Italia resta tra i paesi più virtuosi d'Europa nel riciclo degli imballaggi plastici, con un tasso del 49,6 per cento nel 2025, eppure il sistema che dovrebbe trasformare quel materiale in nuova risorsa è in affanno.
La concorrenza della plastica vergine e le importazioni extra Ue
Le ragioni della crisi sono molteplici e intrecciate. Quagliuolo indica tre fattori principali: la discesa dei prezzi della plastica vergine, che nel 2025 ha fatto crollare la domanda di materiale riciclato; una cronica carenza impiantistica del sistema italiano; e le importazioni da paesi extra Ue di plastica riciclata a prezzi molto bassi, che non rispettano i criteri comunitari ai quali gli operatori europei sono invece tenuti.
Nei magazzini degli impianti di selezione le balle di plastica si accumulano senza trovare acquirenti, occupando spazi che non possono accogliere nuovo materiale all'infinito. Il risultato risale lungo la filiera fino a bloccare la raccolta.
Dalla Sardegna al Lazio, il rischio paralisi
Nel corso dell'estate l'allarme si è esteso ad altre regioni. In Sardegna diversi comuni del sud dell'isola hanno sospeso il servizio per settimane, da San Vito a Sinnai e Muravera, con i cittadini che hanno chiesto una riduzione della Tari in proporzione al disservizio. Ad Alghero l'amministrazione ha scelto di chiudere temporaneamente l'ecocentro di Santa Maria La Palma per utilizzarne gli spazi come area di stoccaggio provvisorio della plastica in attesa di ritiri regolari.
Nel Lazio, Gianni Mannucchi, presidente della Sezione Servizi Ambientali di Unindustria, ha parlato di un'emergenza che «minaccia di paralizzare l'intera filiera del riciclo e il servizio di raccolta dei rifiuti urbani», aggiungendo che la causa principale è «la carenza di sbocchi per il materiale riciclato, penalizzato dalla concorrenza delle materie prime vergini a basso costo importate dall'estero».
Le contromisure sul tavolo
Per cercare di restituire competitività al materiale riciclato, Quagliuolo ha indicato alcune possibili strade: un regime sanzionatorio per le pubbliche amministrazioni che non rispettano i criteri ambientali minimi, nuove modalità di certificati bianchi, una riduzione dell'Iva per chi produce materie prime seconde o un credito d'imposta.
Un altro intervento riguarda l'aumento del tasso di sostituzione dei combustibili tradizionali con quelli alternativi nei cementifici: in Italia il ricorso al combustibile solido secondario ottenuto dagli scarti non riciclabili della plastica si ferma a poco più del 20 per cento, contro il 60 per cento della media europea. Mannucchi ha dal canto suo sottolineato la necessità di «destinazioni certe per i materiali, una valutazione puntuale dei fabbisogni, tempi definiti per le autorizzazioni e investimenti negli impianti mancanti».
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