Le accuse di Corona e lo scoop di Nuzzi: la svolta di Marco Poggi a quasi vent’anni dal delitto di Garlasco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Gianluigi Nuzzi lo definisce “un colpaccio”, e chi fa il suo mestiere – lo confessa senza alcuna falsa modestia – non può che concordare. Dopo diciannove anni di silenzio, di chiacchiere da bar e di voci talvolta malevole che hanno finito per graffiare anche la sua reputazione, Marco Poggi ha scelto di parlare. L’ha fatto, e il dettaglio non è secondario, nel salotto di “Quarto Grado” su Rete 4, affidando la sua versione – o meglio, la sua “verità” familiare – a chi quel caso lo ha raccontato in tutte le sue oscure sfaccettature.

Oggetto del contendere, ancora una volta, l’omicidio della sorella Chiara, avvenuto nell’estate del 2007 a Garlasco; un giallo che non smette di tenere banco nelle aule dei tribunali e nelle cronache televisive, nonostante il passare degli anni.

La replica secca ai rumors sui compensi e la querela a Corona

Ma prima di analizzare il contenuto dell’intervista, c’è un aspetto squisitamente “mediatico” che Nuzzi ha voluto chiarire senza mezzi termini. Sulla presunta corresponsione di un cachet da 50mila euro a Marco Poggi per l’esclusiva – una voce messa in giro, in particolare, da Fabrizio Corona – il conduttore risponde con ironia tagliente, quasi sferzante. “A Quarto Grado il massimo che possiamo pagare è una pizza, mi creda. Forse un pernottamento o un volo aereo quando è necessario. Niente di più”.

Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni, giacché Nuzzi annuncia di aver già formalizzato una querela nei confronti dell’ex re dei paparazzi, promettendo che ne seguiranno altre. Una presa di posizione netta, la sua, quasi a voler blindare il lavoro giornalistico da quelle che definisce “ghigliottine delle fake news”.

L’intervista integrale: il giallo della villetta e il “giallo” delle indagini

Venendo al cuore della narrazione, Marco Poggi rompe un muro di omertà che non era imposto da nessun giudice, ma semplicemente dal dolore. La sua famiglia, lo racconta senza infingimenti, inizialmente difese a spada tratta Alberto Stasi, l’allora fidanzato di Chiara poi condannato in via definitiva. Oggi, a distanza di quasi due decenni, la percezione è radicalmente mutata. “Leggendo le motivazioni della scarcerazione – ha spiegato Poggi – ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie”.

Un’ammissione che getta luce sui dubbi investigativi sorti nel tempo, soprattutto alla luce delle recenti riaperture del caso che vedono sotto la lente d’ingrandimento un altro nome, quello di Andrea Sempio, amico di famiglia e oggi indagato. Marco, pur ribadendo che Sempio è un suo amico, non ha però esitato a sottolineare un’incongruenza: se ci fosse stato un movente sessuale o una confidenza della sorella, “me lo sarei aspettato” che Chiara gliene parlasse.

La scena del crimine congelata nel tempo e la lunga ombra del processo

In questo turbinio di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, Nuzzi rivela un dettaglio che aggiunge ulteriore pathos alla vicenda, soffermandosi sulla dimensione privata dei Poggi. In una recente visita alla villetta di via Pascoli, l’inviato ha constatato che l’ambiente è rimasto identico a quello del 2007, come una capsula del tempo sigillata dal trauma. “Hanno tolto le lancette ai loro orologi”, racconta Nuzzi, descrivendo l’elaborazione del lutto da parte dei genitori di Chiara.

Un ambiente in cui anche il famoso “tappetino del bagno” sarebbe ancora l’originale, a eccezione di qualche piccolo dettaglio. Questa fedeltà quasi ossessiva alla memoria contraddistingue l’atteggiamento della famiglia di fronte a quella che considerano l’unica verità processuale. Mentre la Procura di Pavia cerca di scrivere una “pagina nuova” riconsiderando elementi già archiviati in Cassazione, i Poggi sembrano volersi aggrappare alla condanna di Stasi come a unica àncora di salvezza emotiva.

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