Il caso Salis, la residenza condivisa e il nodo del regolamento Ue: "Se è così, lasci"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non vedo, non sento, non parlo. La sinistra, quando si tratta di Ilaria Salis, sta replicando il celebre gesto delle tre scimmiette; eppure, la domanda "Ilaria chi?" è diventata la risposta ricorrente per chi, tra i banchi dell'opposizione, viene intercettato sulla vicenda che coinvolge l'eurodeputata di Avs e il suo assistente parlamentare, Ivan Bonnin. A infiammare il dibattito politico – al netto delle sterili polemiche sulla vita privata della diretta interessata – è una questione squisitamente regolamentare e, potenzialmente, penale: il divieto, per i parlamentari europei, di assumere il proprio "coniuge o partner stabile in un'unione di fatto". Una norma, quella contenuta nel "Regime applicabile agli altri agenti dell'Unione", pensata per evitare conflitti di interesse e l'uso distorto dei fondi pubblici.

Residenza sotto lo stesso tetto e il cambio di indirizzo "last minute"

A rompere l'equilibrio costruito a fatica dalla diretta interessata – che in televisione aveva liquidato la questione definendo Bonnin un "caro amico" appoggiato nella sua stanza d'hotel – sono state le carte. Secondo quanto ricostruito, Salis e Bonnin risultavano residenti nello stesso appartamento a Milano, in zona Città Studi-Susa, almeno fino al 29 marzo scorso. Una coincidenza, questa, che appare meno casuale se letta in parallelo con l'episodio del 28 aprile, quando un controllo della polizia li sorprese insieme nella stessa camera di un albergo romano alle sette del mattino. La reazione dell'europarlamentare, di fronte a questa evidenza, è stata immediata: il giorno successivo allo scoppio del caso, ha affrettatamente cambiato residenza, spostandola in un altro comune. Un tempismo, questo, che secondo i detrattori – a cominciare da Fratelli d'Italia – suggerisce la consapevolezza di aver violato le regole. "Se è confermata la coabitazione con Bonnin, la Salis si deve dimettere", ha tuonato l'eurodeputato Stefano Cavedagna, sottolineando come l'eventuale menzogna sul legame sentimentale implichi un uso improprio delle indennità parlamentari.

La difesa della Salis e la tesi della "convivenza amicale"

Intervenuta per spegnere la bufera, la Salis ha provato a ribaltare la narrazione. "Ribadisco che Ivan Bonnin è un mio amico fidato oltre che collaboratore professionale, ma non è il mio partner", ha dichiarato all'Ansa, aggiungendo una postilla sulla natura occasionale della condivisione dell'abitazione: "La circostanza di aver avuto per un periodo la residenza allo stesso indirizzo a Milano, in un'abitazione nella quale né io né lui trascorriamo abitualmente molto tempo, non implica alcunché". Una versione, quella della residenza come mera formalità burocratica, che la stessa eurodeputata ha tentato di corroborare parlando di problemi di sicurezza ("Ricevo minacce quotidiane") e di una necessità logistica legata all'assenza della scorta. Eppure, a incrinare ulteriormente la difesa della Salis, c'è un altro dettaglio che emerge dalla loro collaborazione: il libro Vipera. Pubblicato da Feltrinelli, il volume riporta in copertina esclusivamente il nome dell'eurodeputata, ma nel frontespizio si legge chiaramente "con Ivan Bonnin", il che ha sollevato più di un interrogativo anche sulla gestione dei diritti d'autore.

Le conseguenze giuridiche e il faro della procura europea

Se il dibattito politico è acceso, le ripercussioni legali per i due potrebbero essere ben più concrete di un semplice passaggio di testimone nei talk show. La posizione di Ivan Bonnin, in quanto "assistente parlamentare accreditato" (APA), è disciplinata da regole ferree. La violazione del divieto di assumere un partner stabile espone a sanzioni disciplinari che vanno dall'ammonimento alla risoluzione del contratto. Nei casi più gravi, come quello ipotizzato dalla stampa, scatta il recupero delle somme indebitamente percepite – stipendi e rimborsi – e l'intervento dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). Se la vicenda dovesse configurarsi come una truffa ai danni del bilancio Ue, il dossier potrebbe finire sulla scrivania della Procura europea, come del resto è già accaduto per i documenti giunti all'attenzione della presidente dell'Europarlamento, Roberta Metsola. Per l'assistente Bonnin, già gravato da precedenti penali per interruzione di pubblico servizio e violenza privata, lo spettro del licenziamento e di un'indagine per fido appare dunque tutt'altro che remoto.

Il nervosismo dei compagni di Avs e l'attacco del centrodestra

Nel frattempo, tra i banchi di Alleanza Verdi e Sinistra, l'argomento è diventato tabù. I tentativi di difesa dei parlamentari – da Marco Grimaldi, che ha parlato di "attenzione morbosa dal buco della serratura", a Nicola Fratoianni, che ha reagito con fare visibilmente irritato – sono apparsi più come un imbarazzato tentativo di insabbiamento che come una seria controargomentazione. "Le regole europee cosa? Magari lei stava con lui nella stessa casa, ma in due stanze separate", ha sbottato Grimaldi, finendo per sollevare un polverone ancora più grande. Dal canto suo, il centrodestra compatto (tra chi chiede le dimissioni e chi, come Forza Italia, parla di "vicenda inquietante") ha puntato il dito contro l'utilizzo dei soldi pubblici. Al di là del gossip, dunque, il nodo resta politico e amministrativo: se i due, come sembrano suggerire i documenti, hanno mentito sulla natura del loro rapporto per incassare uno stipendio pubblico, non si tratta più di "vita privata", ma di una potenziale frode che, questa sì, merita di essere chiarita fino in fondo.

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