Ranucci e Report, lo scontro sui diritti e i nodi dell’attentato

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sigfrido Ranucci torna a parlare del suo rapporto con Report e denuncia una battaglia per i propri diritti, collegando il suo allontanamento dalla trasmissione d’inchiesta di Rai3 a una lunga serie di pressioni e attacchi. A margine dello spettacolo “Diario di un trapezista”, tenuto al teatro dell’Efebo di Agrigento, il giornalista ha descritto una campagna denigratoria composta, secondo le sue parole, da “2800 articoli” pubblicati sui giornali di un parlamentare di governo. Ranucci ha inoltre richiamato le richieste di rimozione che sarebbero arrivate dal presidente del Senato, dal ministro Salvini e dal “gotha di Fratelli d’Italia”, esprimendo anche delusione per il silenzio di Meloni. Sullo sfondo resta il timore che la decisione su Report possa disperdere un patrimonio professionale costruito dalla trasmissione nell’arco di trent’anni.

Ranucci, Report e le parole pronunciate ad Agrigento

Nel confronto avvenuto al termine dello spettacolo, Ranucci ha usato espressioni nette per descrivere la propria situazione e la necessità di difendersi. “I cittadini hanno capito, la politica dovrebbe capire. Mi hanno ammazzato, hanno tentato per 23 anni. Sono strutturato per difendermi da solo”, ha dichiarato incontrando la deputata M5S Ida Carmina. Alla frase della parlamentare, che gli ha garantito “Noi ci siamo!”, il conduttore ha risposto sarcasticamente: “Sì, dopo... al funerale”, aggiungendo che l’attenzione sulla vicenda sarebbe durata soltanto pochi giorni prima di scomparire nuovamente. Le sue parole si inseriscono così nella contestazione dell’allontanamento da Report e nella denuncia di un clima che, secondo il giornalista, si sarebbe consolidato nel corso degli anni.

La questione non riguarda soltanto la posizione personale del conduttore, perché Ranucci lega il proprio allontanamento anche al futuro della trasmissione d’inchiesta di Rai3. Nel suo racconto emerge soprattutto il rischio di perdere il patrimonio professionale accumulato da Report in trent’anni di attività, insieme alle competenze costruite intorno al programma. Le dichiarazioni rese ad Agrigento mettono quindi sullo stesso piano la battaglia per i suoi diritti, le pressioni politiche che sostiene di aver subito e le conseguenze della decisione sulla struttura professionale della trasmissione. È in questo contesto che il giornalista richiama anche il silenzio di Meloni, indicandolo come uno degli elementi che lo hanno maggiormente deluso.

Attentato a Ranucci, l’indagine si concentra sulle auto

Parallelamente allo scontro su Report, prosegue l’indagine sull’attentato contro Sigfrido Ranucci, che dopo un lungo interrogatorio ha imboccato una direzione più precisa. Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, indicati come due dei quattro esecutori materiali della bomba, sono stati interrogati per nove ore e gli investigatori stanno ora approfondendo un punto centrale: chi abbia ordinato di colpire i veicoli e in quale momento siano state trasmesse alla banda le informazioni necessarie. Nei verbali emergono anche messaggi tra il conduttore e Valter Lavitola, mentre restano da chiarire alcune incongruenze relative ai sopralluoghi effettuati prima dell’esplosione. Si tratta di aspetti sui quali i carabinieri del nucleo Investigativo di Roma, coordinati dal pm Edoardo De Santis, continuano a lavorare.

Uno dei nodi più recenti riguarda l’esplosivo e la versione fornita da D’Avino e Passariello. I due componenti della banda di avellinesi accusata di avere materialmente piazzato l’ordigno hanno sostenuto di aver ricevuto l’esplosivo da Clesio Gomes Tavares, indicato come braccio destro di Valter Lavitola. Secondo la ricostruzione riferita dagli accusati, Tavares avrebbe agito per conto del suo dante causa, al quale viene attribuita la commissione dell’attentato. Proprio questa versione è al centro degli approfondimenti degli inquirenti, insieme alla sequenza dei contatti, ai sopralluoghi precedenti all’esplosione e alle informazioni che avrebbero permesso agli esecutori di individuare i veicoli da colpire.

Le incongruenze ancora da chiarire nell’inchiesta

L’inchiesta presenta ancora aspetti oscuri e punti che gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione. Le dichiarazioni rese durante gli interrogatori devono essere confrontate con i messaggi acquisiti, con i movimenti precedenti all’attentato e con le circostanze relative alla scelta delle auto. Nel materiale dell’indagine compaiono inoltre elementi già indicati come bufale sventate e altri passaggi che richiedono ulteriori verifiche, comprese alcune coincidenze legate alle lamentele espresse dal giornalista sul proprio lavoro. Il punto centrale resta stabilire chi abbia fornito alla banda le indicazioni operative e quando queste informazioni siano arrivate, così da chiarire la catena che avrebbe portato dalla commissione dell’attentato alla posa materiale dell’ordigno.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.