Attentato a Ranucci, il gip nega i domiciliari ai due esecutori: "Reticenti e non attendibili"
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Redazione Interno
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Niente scarcerazione per Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, i due pregiudicati finiti a Rebibbia con l'accusa di essere tra gli esecutori materiali dell'attentato dinamitardo messo a segno lo scorso ottobre sotto casa di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Il giudice per le indagini preliminari di Roma, Livio Sabatini, ha infatti respinto la richiesta di attenuazione della misura cautelare avanzata dai difensori, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, che avevano sollecitato per i loro assistiti la concessione degli arresti domiciliari.
Una decisione, quella del gip, che si allinea con il parere negativo già espresso in precedenza dalla Procura di Roma, la quale aveva ritenuto sussistenti ancora le esigenze cautelari nei confronti dei due uomini.
Le dichiarazioni giudicate "reticenti" e smentite dalle intercettazioni
A pesare in modo determinante sulla scelta del giudice sono state le dichiarazioni rese dai due indagati durante il lungo interrogatorio di giovedì scorso, un confronto con il pm Edoardo De Santis che si è protratto per oltre nove ore e nel corso del quale D'Avino e Passariello hanno cercato di circoscrivere il proprio ruolo, scaricando le responsabilità su Clesio Gomes Tavares, il factotum del presunto mandante Valter Lavitola, attualmente irreperibile e ritenuto dagli inquirenti l'uomo cerniera tra l'ex editore dell'"Avanti!" e la banda che ha agito materialmente.
Secondo quanto riferito dai legali, gli assistiti avrebbero ribadito di non aver mai conosciuto né il giornalista né il faccendiere, sostenendo di aver avuto rapporti esclusivamente con Tavares e di essersi limitati a eseguire un incarico ben preciso, ovvero il posizionamento dell'ordigno, senza alcuna intenzione di arrecare danno fisico a Ranucci.
Tuttavia, il gip Sabatini, nel provvedimento con il quale è stata confermata la custodia cautelare in carcere, ha ritenuto queste versioni non pienamente attendibili, caratterizzate da "numerose parti reticenti nella ricostruzione completa della vicenda" e in diversi passaggi apertamente contraddette dalle risultanze investigative e dalle intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma.
In particolare, il giudice non ha giudicato credibile la ricostruzione fornita dai due sulle modalità di approvvigionamento dell'esplosivo: mentre D'Avino e Passariello hanno sostenuto che l'ordigno fosse stato fornito da Gomes Tavares, le indagini hanno invece portato a ipotizzare che il materiale esplosivo utilizzato per l'attentato fosse stato prelevato da una cava e direttamente reperito da D'Avino.
Allo stesso modo, non è stata ritenuta verosimile l'affermazione secondo cui i due non fossero a conoscenza della composizione interna della bomba, circostanza che per il gip contribuisce a delineare un quadro di scarsa credibilità complessiva delle dichiarazioni rese.
L'aggravante del metodo mafioso e la posizione di Valter Lavitola
La decisione del gip di mantenere D'Avino e Passariello in carcere tiene conto anche della gravità delle accuse a loro carico, che includono l'aggravante del metodo mafioso, un elemento che rende ancora più stringenti le esigenze cautelari e che fin dall'inizio ha caratterizzato l'inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.
I legali dei due arrestati aveano tentato di ridimensionare questa aggravante, ma per il giudice non sono emersi elementi sufficienti per superare la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere, anche alla luce del pericolo di fuga concretamente prospettato dagli inquirenti. Del resto, in precedenti atti dell'indagine era emerso come i componenti del gruppo avessero pianificato una possibile fuga all'estero, in particolare verso il Montenegro e la Bosnia, per sottrarsi alle conseguenze dell'inchiesta.
Mentre per i presunti esecutori materiali la strada dei domiciliari è stata dunque chiusa, l'attenzione si sposta ora sulla posizione di Valter Lavitola, il quale nei giorni scorsi, durante un interrogatorio di garanzia della durata di oltre cinque ore, ha scelto di collaborare con gli inquirenti ammettendo il proprio coinvolgimento nella vicenda. L'imprenditore, che ha sempre negato qualsiasi movente politico, ha sostenuto di aver organizzato l'azione per provocare un rafforzamento delle misure di protezione nei confronti del giornalista, al fine di tutelarlo da eventuali pericoli reali.
Per Lavitola è stata fissata per il prossimo 7 settembre l'udienza davanti al Tribunale del Riesame di Roma, chiamato a valutare la richiesta di scarcerazione presentata dalla sua difesa, mentre il fascicolo della procura continua ad arricchirsi di elementi, con gli investigatori impegnati anche a fare luce sui rapporti tra il faccendiere, Ranucci e la trasmissione Rai, una pista emersa da una delle informative dei carabinieri e che potrebbe rivelarsi cruciale per comprendere appieno i contorni di un'inchiesta ancora ricca di zone d'ombra.
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