Caso Ranucci, il gip respinge l’istanza: D’Avino e Passariello restano in carcere
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Redazione Interno
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Non hanno convinto, con le loro parole, il giudice delle indagini preliminari Livio Sabatini. E così, per Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, la porta del carcere resta chiusa. Il gip di Roma ha infatti respinto la richiesta di attenuazione della misura cautelare presentata dai legali dei due uomini, che avevano chiesto di poter lasciare il regime di detenzione per ottenere gli arresti domiciliari.
Una decisione, quella del giudice, che arriva al termine di una settimana di valutazioni e a seguito degli interrogatori di garanzia svolti nei giorni scorsi, durante i quali i due indagati avrebbero fornito una versione dei fatti giudicata poco chiara e, in alcuni passaggi, poco affidabile.
Le motivazioni del giudice: reticenza e scarsa credibilità
Secondo quanto ricostruito da fonti legali vicine alla difesa, il gip Sabatini avrebbe basato il proprio diniego sulla considerazione che D’Avino e Passariello, durante gli esami resi giovedì scorso, non avrebbero offerto un contributo pienamente trasparente, mostrando anzi un atteggiamento caratterizzato da "reticenza" e da una "non credibilità" su alcuni aspetti nodali della vicenda.
Questi elementi, agli occhi del magistrato, sarebbero risultati dirimenti per escludere la possibilità di una riduzione del regime custodiale, nonostante le argomentazioni portate avanti dagli avvocati dei due indagati, che avevano depositato l’istanza sperando in un cambio di rotta rispetto alla pesante misura cautelare attualmente in vigore.
Il ruolo dei due indagati e il parere della procura
D’Avino e Passariello, va ricordato, sono due delle quattro persone finite in manette nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla procura di Roma e che ruota attorno all’attentato messo a segno contro il giornalista Rai Sigfrido Ranucci. In particolare, per gli inquirenti, i due sarebbero da considerarsi tra gli esecutori materiali dell’azione dinamitarda, quella che ha visto una bomba carta esplodere davanti alla proprietà di Ranucci situata a Pomezia, nell’hinterland della capitale.
Un ruolo, il loro, considerato centrale nella dinamica dell'aggressione, e che ha pesato in modo determinante nella scelta del giudice di mantenere ferma la misura più afflittiva. A corroborare la posizione del gip, del resto, era arrivato anche il parere negativo del pm Edoardo De Santis, che aveva già espresso la propria contrarietà all’alleggerimento della misura cautelare per i due indagati, ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione o di inquinamento probatorio.
La strategia della difesa e l’esito dell’interrogatorio
I difensori di D’Avino e Passariello avevano puntato proprio sugli interrogatori per tentare di scardinare le ragioni della custodia in carcere, confidando nella possibilità di ottenere un provvedimento più mite che consentisse ai loro assistiti di attendere il prosieguo delle indagini in una condizione detentiva meno severa. Tuttavia, l’esito degli esami e la valutazione che ne ha tratto il giudice hanno chiuso questa strada, almeno per il momento.
La decisione del gip Sabatini, che si basa sulla percezione di una mancata collaborazione sostanziale da parte dei due indagati, rappresenta un passaggio significativo nell’iter processuale, sancendo di fatto il permanere di una posizione di fermezza da parte dell’autorità giudiziaria. Le parole che i due uomini avrebbero pronunciato davanti al magistrato, insomma, non sarebbero state ritenute sufficienti a mitigare il quadro indiziario che pesa su di loro, né a fugare i timori legati alla loro attuale pericolosità sociale.
Il quadro dell’inchiesta e la posizione degli altri arrestati
L’attenzione, a questo punto, rimane concentrata sugli sviluppi dell’inchiesta che, oltre a D’Avino e Passariello, coinvolge altre due persone, tutte legate a vario titolo alla pianificazione e all’esecuzione dell’attentato che ha colpito il noto conduttore di Report.
Mentre i due presunti esecutori materiali restano quindi dietro le sbarre, le indagini proseguono per fare piena luce su tutti i contorni della vicenda, a partire dalle eventuali menti organizzative dell’operazione e dalle motivazioni che si celano dietro un gesto di tale gravità, avvenuto nei pressi dell’abitazione di un giornalista di punta del servizio pubblico.
La scelta del gip, suffragata dal parere negativo della procura, conferma la rigidità con cui il tribunale del riesame sta trattando il caso, in attesa che le indagini possano fornire ulteriori elementi per chiarire il ruolo preciso di ciascuno degli indagati e le dinamiche che hanno portato all’esplosione del plico incendiario.
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