Ricina a Pietracatella, la pista dei semi raccolti in estate: "Chi ha usato il veleno era in casa"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La ricina che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita a Pietracatella, in provincia di Campobasso, potrebbe essere stata ricavata da semi di ricino raccolti mesi prima, durante l'estate, e poi trasformati in veleno in pochissimo tempo. È questa una delle piste su cui lavorano gli investigatori, mentre la difesa continua a chiedere che non venga esclusa l'ipotesi dell'incidente.

La ricostruzione scientifica ha ormai confermato che a uccidere madre e figlia durante le scorse vacanze di Natale è stata la ricina, una tossina estremamente potente, ma resta da chiarire come il veleno sia arrivato nell'abitazione della famiglia.

Gli accertamenti del Robert Koch Institute

Le analisi condotte dal Robert Koch Institute di Berlino avrebbero individuato tracce di ricina su alcuni dei 131 reperti sequestrati nell'appartamento, tra alimenti, stoviglie e indumenti prelevati a partire dal 7 luglio. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, la sostanza letale sarebbe stata maneggiata da qualcuno che si trovava all'interno della casa, circostanza che rafforza la pista dell'avvelenamento volontario.

Gli esperti tedeschi, guidati da Christian Herzog, avrebbero inoltre escluso la presenza di anticorpi contro la ricina nel sangue dei familiari più stretti delle vittime, ovvero Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e la figlia maggiore Alice.

La cena del 23 dicembre e le testimonianze

Il momento centrale dell'indagine resta la cena del 23 dicembre, consumata nell'abitazione di Pietracatella. A tavola c'erano Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre Alice quella sera era fuori casa con alcune amiche. Poco dopo quel pasto, madre e figlia iniziarono ad accusare i sintomi che avrebbero poi portato alla morte, mentre Di Vita fu ricoverato in condizioni molto meno gravi e senza che successive analisi evidenziassero tracce di ricina nel suo organismo.

La Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, ha ascoltato un infermiere, amico della famiglia, che aveva effettuato una flebo a Sara durante le ore dei primi malori, e successivamente anche la moglie dell'infermiere. Sono state raccolte circa 200 testimonianze, con alcune persone convocate più volte.

Le posizioni della difesa e degli esperti

L'avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, invita alla prudenza. Secondo il difensore, l'ipotesi di un incidente deve continuare a essere valutata insieme alle altre possibilità. La stessa eventualità era stata evocata anche da Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia e tra i primi specialisti a individuare la ricina nel sangue delle vittime. Locatelli ha indicato la possibilità, ancora da verificare, di un'assunzione accidentale della sostanza, precisando che il veleno non sarebbe stato né iniettato né inalato e che per lui rimane solo l'ingestione.

La Procura di Larino, che procede per duplice omicidio premeditato al momento contro ignoti, ha chiesto una proroga delle indagini di altri sei mesi.

Le caratteristiche della ricina e i precedenti

La ricina è una tossina estremamente potente estratta dai semi della pianta di ricino, la Ricinus communis, coltivata su scala industriale in tutto il mondo per la produzione di olio di ricino. La pianta non è difficile da reperire, e si troverebbe anche in Basso Molise, dove gli investigatori hanno effettuato verifiche informali in alcuni negozi della regione. Dai semi si estrae l'olio utilizzato dall'industria cosmetica, mentre il residuo solido, i panelli di ricino, viene impiegato in agricoltura biologica come concime organico.

Solo attraverso un particolare trattamento i semi si trasformano in una tossina micidiale, i cui effetti diventano letali anche in dosi minime. La sostanza è inodore, insapore e incolore, caratteristiche che la rendono particolarmente insidiosa. In passato è stata utilizzata anche dal Kgb per assassinare il giornalista bulgaro Georgi Markov alla fine degli anni Settanta, modificando la punta di un ombrello per iniettare una piccolissima dose.

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