Volkswagen, i conti non tornano: 50mila tagli in Germania entro il 2030
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La crisi che attanaglia il cuore pulsante dell’industria europea, quella automobilistica tedesca, smette definitivamente i panni di una contingenza passeggera per indossare quelli, ben più gravi, di una ristrutturazione epocale. Il gruppo Volkswagen, costretto a fare i conti con una realtà globale frammentata e ostile, ha ufficializzato ieri un piano di riduzione del personale che non ha precedenti nella storia recente del colosso di Wolfsburg.
L’amministratore delegato Oliver Blume, in una lettera agli azionisti anticipata poi dalle agenzie di stampa, ha gettato la maschera: non si tratta di semplici aggiustamenti, ma di una revisione radicale del modello di business, un modello che per decenni ha identificato la produzione tedesca con l’esportazione mondiale. L’annuncio, come riportato in dettaglio da fonti finanziarie, non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche: entro la fine del 2030, tra i marchi Volkswagen, Audi, Porsche e la controllata software Cariad, verranno cancellati 50.000 posti di lavoro sul solo suolo tedesco.
Un numero, quest’ultimo, che suona come un campanello d’allarme per l’intera economia della Germania, messa a dura prova dalla concorrenza cinese e dalle barriere commerciali statunitensi.
I numeri del taglio: 19mila entro fine anno
L’asticella della riduzione non è però fissata così lontana nel tempo, anzi. La prima tranche di questo salasso occupazionale è prevista già per il traguardo del 2026, e presenta cifre impressionanti. Il gruppo ha comunicato che entro la fine dell’anno in corso saranno 19.000 i dipendenti a lasciare gli stabilimenti tedeschi. Una cifra, questa, che rappresenta solo l’inizio di un esodo programmato, dato che fonti interne citate dalla stampa specializzata parlano già di oltre 28.000 accordi di uscita vincolanti siglati per il 2030.
A guidare questa mannaia, non solo la necessità di ridurre i costi del lavoro, ma una strategia industriale che cambia radicalmente pelle. Per decenni, la formula vincente di Volkswagen è stata quella di progettare in Germania e produrre in Europa per vendere al resto del mondo, una strategia che lo stesso Blume ha definito ormai obsoleta in una recente dichiarazione pubblica: progettare un’auto in Germania e produrla in Europa per venderla ovunque, ha spiegato il manager, non è più un modello sostenibile nell’economia di mercato di oggi.
Usa e Cina: il mercato si frammenta
Le ragioni di questa inversione di rotta vanno cercate lontano dai cancelli di Wolfsburg, oltreoceano e in Estremo Oriente. Da un lato, l’amministrazione Trump, attraverso l’imposizione di pesanti dazi doganali, ha reso proibitiva l’importazione di veicoli europei negli Stati Uniti, un mercato che Blume ha comunque definito come “quello con il più alto potenziale di crescita”.
La risposta di Volkswagen, in questo caso, è quella della rilocalizzazione produttiva: per evitare i costi aggiuntivi stimati in miliardi di euro, il gruppo sposterà fisicamente le linee di montaggio all’interno dei confini americani. Dall’altro lato, e forse anche più preoccupante per il futuro, c’è la Cina. Nel paese asiatico, un tempo eldorado delle quattro ruote tedesche, il marchio rischia di essere letteralmente “mangiato” dai produttori locali, come BYD e Geely, che dominano ormai la fascia dei veicoli elettrici a prezzi competitivi.
Per contrastare questa emorragia di quote di mercato, Volkswagen ha lanciato il programma “In China for China”, un progetto che prevede lo sviluppo di modelli dedicati esclusivamente al gusto del consumatore cinese, senza più l’ossessione dell’export verso l’Europa. È la fine dell’auto universale, insomma, e l’inizio di una produzione su tre blocchi distinti e non comunicanti.
L’adeguamento della capacità produttiva
A far da contraltare a questa globalizzazione a geometrie variabili, c’è la dura legge dei numeri applicata agli stabilimenti europei. Il management di Volkswagen ha dovuto prendere atto di un dato di fatto inconfutabile: la capacità produttiva pianificata prima dell’era Covid, attestata intorno ai 12 milioni di veicoli annui, non è più realisticamente raggiungibile né tantomeno necessaria. Oggi, la media realistica si aggira sui 9 milioni di unità, una soglia che il gruppo ha già faticosamente toccato negli ultimi esercizi.
L’obiettivo dichiarato è quindi quello di ridurre l’offerta per allinearla alla domanda effettiva, un’operazione dolorosa che coinvolgerà non solo l’organico ma anche il patrimonio immobiliare e gli stabilimenti. La fabbrica di Dresda, ad esempio, ha già interrotto la produzione tradizionale di vetture, mentre l’impianto di Osnabrück, con i suoi 2.300 lavoratori, rischia la conversione ad altri usi industriali, una prospettiva che il sindacato IG Metall ha accolto con parole che trasudano impazienza, chiedendo “prospettive reali” al più presto.
Non si tratta quindi di una semplice sforbiciata ai costi, ma di un vero e proprio ridimensionamento strutturale della presenza europea del gruppo.




