Lo Stretto di Hormuz si trasforma in un corridoio a pedaggio: l’Iran istituisce una tariffa per il transito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lo scoppio del conflitto nel Golfo Persico ha prodotto un effetto che da solo demolisce la retorica occidentale sulla sicurezza marittima: lo Stretto di Hormuz, il più importante punto di transito per le forniture energetiche mondiali, è stato quasi paralizzato non da una battaglia navale classica, ma dalla combinazione tra minaccia iraniana, rischio assicurativo e panico commerciale. A certificare questa nuova realtà, e a trasformarla da condizione di fatto a strumento di diritto interno, è arrivata nei giorni scorsi la decisione del parlamento di Teheran. La Commissione per la Sicurezza Nazionale ha infatti approvato un piano che istituisce formalmente un pedaggio per le navi che attraversano lo Stretto, passando da quella che fino a poco tempo fa era una pratica informale – con pagamenti che potevano raggiungere i due milioni di dollari per singola imbarcazione – a una legge organica destinata a regolare la navigazione in quella che viene definita una “via di passaggio controllata”.

Un sistema di controllo che passa per il rial e la selezione politica

Il provvedimento, destinato a essere discusso in aula per la ratifica finale, non si limita a fissare una tariffa. Il testo, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, ribadisce con forza il “ruolo sovrano” dell’Iran e delle sue forze armate nello Stretto, prevedendo una cooperazione con l’Oman e affermando il divieto per qualsiasi Paese di imporre sanzioni unilaterali contro Teheran. La struttura del pedaggio, che dovrà essere versato nella valuta nazionale, il rial, rappresenta di per sé una sfida diretta all’architettura finanziaria internazionale: chiunque lo paghi rischia di incorrere nelle maglie delle sanzioni occidentali, mentre chi si rifiuta di farlo si trova di fatto escluso dal passaggio. La dimensione politica del progetto emerge con chiarezza da una disposizione aggiuntiva, che vieta esplicitamente l’attraversamento alle navi battenti bandiera degli Stati Uniti e di Israele, così come a quelle di qualsiasi nazione che abbia aderito alle misure restrittive unilaterali contro Teheran.

La paralisi commerciale diventa leva strategica

I numeri della crisi in atto forniscono il contesto più efficace per comprendere la portata di questa mossa. Prima del conflitto, lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto, vedeva il passaggio di oltre 130 navi al giorno; nei giorni scorsi, il traffico è crollato a una media inferiore alle sei imbarcazioni giornaliere, una riduzione di oltre il 95% che ha di fatto azzerato la normalità dei flussi commerciali. L’impatto si è riverberato immediatamente sui mercati energetici, con il Brent in forte rialzo e le compagnie di assicurazione che hanno riclassificato l’intera area del Golfo Persico come zona di guerra, facendo schizzare alle stelle i premi per le coperture aggiuntive.

La rete globale dei colli di bottiglia e l’ombra di Bab al-Mandab

Se l’attenzione è tutta concentrata su Hormuz, gli analisti ricordano che la vulnerabilità della catena logistica globale non si esaurisce qui. L’85% delle merci viaggia via mare, e punti nevralgici come il Bosforo, lo Stretto di Malacca, Panama o il Mar Cinese Meridionale rappresentano altrettanti potenziali colli di bottiglia. La preoccupazione più immediata, tuttavia, riguarda Bab al-Mandab, lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, noto anche come “Porta delle Lacrime”. In questo scenario, il gruppo yemenita degli Houthi, alleato di Teheran, ha già lanciato i primi missili nel conflitto, facendo temere la riapertura di un secondo fronte marittimo che colpirebbe le rotte alternative che i mercati hanno faticosamente cercato di costruire per aggirare la chiusura di Hormuz.

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