L’oro olimpico dell’hockey maschile tra l’abbraccio di Trump e il ricordo di Johnny Gaudreau

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Cinquantuno secondi di overtime sono bastati a Jack Hughes per scrivere il suo nome nella storia, per infrangere un digiuno che durava da quarantasei anni e per regalare agli Stati Uniti la medaglia d’oro nel torneo maschile di hockey su ghiaccio a Milano-Cortina 2026. Il 2-1 contro il Canada, maturato al termine di una partita tesissima e dominata per lunghi tratti dai nordamericani, ha scatenato l’entusiasmo oltreoceano, trasformandosi immediatamente in un evento nazionale che ha varcato i confini del mero dato sportivo per assumere contorni politici e, soprattutto, umani difficilmente trascurabili. La vittoria, giunta peraltro con lo stesso identico punteggio con cui poche sere prima le donne avevano avuto la meglio sulle stesse avversarie, ha riportato alla memoria collettiva il “miracolo sul ghiaccio” del 1980, quando a Lake Placid furono i sovietici a doversi inchinare, ma con una differenza sostanziale: questa volta, a essere beffato è stato il rivale canadese, un confronto che travalica la semplice rivalità sportiva per toccare corde identitarie profonde, e non a caso il profilo X della Casa Bianca ha pubblicato l’immagine di un’aquila di mare testabianca – simbolo nazionale – che affoga un’oca canadese, quasi a voler suggellare una supremazia che va oltre il disco e il bastone -4.

Se da un lato la vittoria sul ghiaccio del Santagiulia Arena ha riacceso l’orgoglio patriottico, con il presidente Donald Trump – che non era presente in Italia – che non ha perso tempo nel rivendicare il trionfo, dall’altro lato il racconto di questa finale non può prescindere da una presenza ingombrante ma invisibile, quella di Johnny Gaudreau. L’attaccante, scomparso nell’estate del 2024 insieme al fratello Matthew in un incidente stradale causato – stando a quanto emerso – da un presunto conducente in stato di ebbrezza nel New Jersey, avrebbe dovuto essere uno dei punti di forza di questa squadra, e la federazione americana glielo aveva anche fatto sapere alla famiglia, e cioè che il suo nome era sul foglio del roster -5-8. Per tutto il torneo, la sua maglia numero tredici è rimasta appesa nello spogliatoio, e al fischio finale, mentre i giocatori facevano a gara per abbracciare la medaglia d’oro, qualcuno di loro ha pensato bene di portare sul ghiaccio proprio quella casacca, facendola sventolare insieme alla bandiera a stelle e strisce, quasi a suggerire che Johnny fosse lì con loro, parte integrante di quel successo -2.

Il tributo non si è fermato alla coreografia sul ghiaccio, perché la famiglia Gaudreau era presente sugli spalti, e dopo la cerimonia di premiazione, Zach Werenski e Dylan Larkin hanno voluto che i due figli più grandi di Johnny, Noa di tre anni e Johnny junior di due, salissero sul ghiaccio per la foto di squadra, un gesto che ha commosso i presenti e che ha restituito al trionfo una dimensione più intima e raccolta, lontana anni luce dalle celebrazioni ufficiali e dai proclami che ne sarebbero seguiti -5. J.T. Miller, compagno di squadra e amico di lunga data, lo ha ricordato con parole semplici ma efficaci, sottolineando come fosse più che una partita, e come quel successo fosse dedicato a lui e a Matthew, perché in fondo Johnny si sarebbe meritato di essere lì a festeggiare -8. Il pubblico, dal canto suo, ha intonato più volte il coro “Johnny Hockey”, a testimoniare come il ricordo di un campione capace di unire le persone vada al di là delle maglie e delle appartenenze nazionali, in un’arena che per l’occasione era in larga parte schierata con il Canada -8.

La telefonata del presidente e l’ombra dell’Fbi

Nell’immediatezza della vittoria, mentre lo spogliatoio era ancora in piena baldoria, è arrivata la videochiamata del presidente Trump, che si è congratulato con i giocatori, elogiando in particolare la prova del portiere Connor Hellebuyck – autore di quarantuno parate su quarantadue tiri – e invitando tutta la squadra al discorso sullo stato dell’Unione in programma a Washington, con tanto di offerta di un aereo militare per il trasporto, una proposta che il presidente ha accompagnato con una delle sue tipiche battute, quella secondo cui il vantaggio di essere presidente è che non ci si deve preoccupare del meteo o dell’atterraggio -3-9. Durante la chiamata, Trump ha anche scherzosamente osservato che avrebbero dovuto invitare anche la squadra femminile, altrimenti – ha detto – “mi ritrovo sotto impeachment”, una frase che ha suscitato ilarità tra i presenti ma che ha anche aperto un piccolo fronte di polemica, con alcuni commentatori che hanno visto in questa uscita una sottile sminuizione del successo delle donne, pure loro medaglia d’oro contro il Canada, pure loro in overtime, ma mai raggiunte da una telefonata presidenziale -3-6.

A impreziosire – o a complicare, a seconda dei punti di vista – il clima di festa, c’era anche il direttore dell’Fbi Kash Patel, filmato mentre festeggiava nello spogliatoio con la medaglia d’oro al collo – probabilmente prestatagli da qualche giocatore – intento a bere birra e a cantare con i ragazzi, un’immagine che ha fatto il giro dei social, sollevando più di qualche sopracciglio per la presenza del capo del Burò federale in un contesto così informale e peraltro immortalato mentre si lascia andare a manifestazioni di giubilo forse poco consone al suo ruolo istituzionale -3. La partita, in sé, era stata molto più equilibrata di quanto il risultato finale possa lasciar intendere, con il Canada che ha letteralmente preso d’assalto la porta americana per tutto l’incontro, collezionando occasioni e tiri, e dovendo fare i conti con l’assenza forzata del suo capitano Sidney Crosby, infortunatosi al ginocchio nel corso dei quarti di finale contro la Repubblica Ceca, un’assenza che sui ghiacci si è fatta sentire, soprattutto nei momenti di maggiore pressione -1-7.

La formazione a stelle e strisce, che pure era passata in vantaggio nel primo periodo con Matt Boldy, ha dovuto subire le trame offensive avversarie fino al pareggio di Cale Makar a ridosso della seconda pausa, e solo i riflessi del già citato Hellebuyck e un pizzico di sfortuna canadese – su tutte la conclusione a porta vuota sbagliata da Nathan MacKinnon – hanno impedito che la partita si chiudesse nei tempi regolamentari -4-10. Poi, appunto, l’overtime, e l’uno-due firmato da Werenski e Hughes, con quest’ultimo lasciato inspiegabilmente solo davanti al portiere, e il disco che si infila alle spalle di Jordan Binnington per il definitivo sorpasso, per un oro che sa di rivincita storica, perché in passato, nel 2002 e nel 2010, erano stati i canadesi a imporsi all’ultimo atto, e perché l’anno precedente, nella finale del torneo 4 Nazioni, erano sempre stati i vicini nordici a spuntarla, sempre all’overtime -1.

L’impresa degli americani assume contorni ancora più rilevanti se si considera che si tratta del primo Titolo olimpico vinto fuori dai confini nazionali, a coronamento di un cammino netto e senza macchie, e che ha portato la delegazione degli Stati Uniti a quota dodici ori in questa edizione dei Giochi invernali, un risultato che il presidente non ha mancato di sottolineare nel corso della conversazione telefonica, ribadendo quanto fosse orgoglioso di loro e di quanto quella partita sarebbe rimasta nella memoria collettiva per i prossimi cinquant’anni -3-9. In mezzo a tutto questo, però, a emergere con prepotenza è stata la dimensione più umana e fragile dello sport, quella che lega indissolubilmente il ricordo di un compagno scomparso alla gioia di un trionfo che sembrava impossibile, e che ha visto i giocatori americani, terminata la furiosa battaglia sportiva, pensare subito a chi non c’era più, trasformando un’esultanza sguaiata in un momento di raccoglimento e affetto verso due bambini piccolissimi che sul ghiaccio ci sono saliti per abbracciare idealmente il padre che non c’è più -5. La sovrapposizione tra questi due piani, quello dell’esultanza pubblica e politica e quello del dolore privato e familiare, ha reso questa finale qualcosa di più complesso e stratificato rispetto a una semplice gara di hockey, mostrando come certe vittorie, per quanto sudatissime, non possano mai essere raccontate prescindendo dalle storie personali di chi le ha costruite e di chi le ha ispirate.

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