Gli Stati Uniti riconquistano l’oro olimpico nell’hockey maschile dopo 46 anni: a Milano decide Hughes, beffato il Canada

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il ghiaccio della Santagiulia Ice Hockey Arena di Milano ha restituito agli Stati Uniti un trono che mancava da quarantasei anni, quello del torneo olimpico di hockey maschile. La nazionale a stelle e strisce ha infatti superato in finale il Canada per 2-1, ma a decidere la contesa è stato un tempo supplementare giocato con il fiatone e la tensione che solo certe rivalità sanno regalare. La rete decisiva porta la firma di Jack Hughes, il centro dei New Jersey Devils che, nonostante una bastonata rimediata nel corso del match costatagli la perdita di due denti, non ha esitato a infilare il disco alle spalle del portiere canadese a meno di due minuti dall'inizio dell'overtime -7. Si tratta del terzo oro olimpico nella storia per la squadra maschile a stelle e strisce, un successo che mancava dall'impresa conosciuta come “Miracle on Ice” di Lake Placid 1980 quando, in piena Guerra Fredda, fu piegata l'allora Unione Sovietica -2.

La partita, giocata a ritmi altissimi e con una tensione palpabile, ha visto gli Stati Uniti portarsi in vantaggio già nel primo tempo con Matt Boldy, abile a sfruttare una disattenzione della difesa avversaria -5-10. Il Canada, dal canto suo, non è rimasto a guardare e ha costruito una mole di gioco impressionante, tanto da chiudere i tempi regolamentari con quarantuno tiri in porta contro i ventisei degli americani -10. L'egemonia territoriale canadese, tuttavia, si è scontrata con la prestazione monumentale del portiere Connor Hellebuyck, autentico muro davanti alla propria porta e, per molti versi, il migliore in campo insieme all'eroe Hughes -2. Il pareggio arrivò comunque, a firma di Cale Makar sul finire del secondo periodo, fissando il punteggio sull'1-1 che sarebbe rimasto immutato fino alla sirena finale, nonostante l'assedio canadese nel terzo drittel -5. L'overtime, il primo nella storia delle finali olimpiche di hockey giocato nella formula 3 contro 3, è stato quindi il teatro della gloria per gli Stati Uniti, con l'azione decisiva avviata da Zach Werenski e finalizzata da Hughes -5-10.

Se sul ghiaccio si consumava la rivincita sportiva, sugli spalti e nei palazzi della politica la tensione tra le due nazioni trovava altri canali d'espressione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha immediatamente telefonato nello spogliatoio della squadra per porgere le proprie congratulazioni, invitando i giocatori a partecipare al discorso sullo stato dell'Unione previsto per i giorni successivi alla vittoria -4-9. Un invito, questo, esteso idealmente anche alla nazionale femminile, fresca vincitrice dell'oro contro le stesse canadesi pochi giorni prima, per evitare, come avrebbe scherzato lo stesso presidente, una possibile messa in stato d'accusa -9. Il direttore dell'Fbi, Kash Patel, è stato ripreso mentre festeggiava negli spogliatoi con i giocatori, medaglia d'oro al collo e birra in mano, in un tripudio di bandiere e inni -9. La reazione della controparte canadese non si è fatta attendere, se non altro in forma simbolica: l'account X della Casa Bianca ha pubblicato un'immagine raffigurante un'aquila che affoga un'oca, chiara metafora della sfida vinta contro i “cugini” del Nord, mentre il primo ministro canadese Mark Carney si è limitato a porgere le congratulazioni alla propria squadra per la medaglia d'argento “ben meritata” -4.

Il ricordo di Johnny Gaudreau e il significato di un trionfo corale

Oltre alla valenza politica e sportiva, la vittoria degli Stati Uniti porta con sé il peso di un ricordo indelebile, quello di Johnny Gaudreau. La maglia numero 13 dell'ala scomparsa nell'agosto del 2024, investita da un SUV mentre era in bicicletta insieme al fratello Matthew, è rimasta appesa nello spogliatoio americano per tutto il torneo -3-8. Al termine della finale, i giocatori hanno voluto che quel ricordo fosse parte integrante della celebrazione: Matthew Tkachuk e Dylan Larkin hanno portato la maglia sul ghiaccio, e nella foto di squadra sono apparsi i due figli maggiori di Gaudreau, Noa e Johnny junior, portati in braccio da Larkin e Zach Werenski -3-8. Un gesto che ha sottolineato quanto la vittoria fosse dedicata a chi, come hanno ripetuto più volte i giocatori, sarebbe dovuto essere lì a giocarsela, considerando che la federazione lo aveva inserito nella rosa dei convocabili -8. “Lui è con noi qui in spirito”, ha dichiarato il capitano Auston Matthews, mentre J.T. Miller ha ricordato come la posta in gioco fosse più alta del semplice hockey -3. La dedica è stata estesa anche a Jim Johannson, dirigente della federazione scomparso prima delle Olimpiadi del 2018, a suggellare un trionfo che la squadra ha voluto condividere con chi non c'è più -3-8.

Il successo di Milano Cortina 2026 rappresenta, per molti versi, la chiusura di un cerchio per l'hockey statunitense. Dopo generazioni di talenti cresciuti a vagoni, come se uscissero da una catena di montaggio, la nazionale ha finalmente rotto il digiuno che durava da quasi mezzo secolo, imponendosi per la prima volta anche al di fuori dei confini casalinghi -2-10. La squadra allenata da Mike Sullivan, costruita attorno a un nucleo di giocatori cresciuti insieme nei programmi di sviluppo federale e per la maggior parte militanti in NHL, ha dimostrato una compattezza e una resilienza che hanno fatto la differenza nei momenti cruciali -2. Se il Canada piange l'assenza del suo capitano storico Sidney Crosby, out per infortunio, e subisce l'ennesima delusione in una finale dopo quelle patite in NHL da Connor McDavid con gli Edmonton Oilers, per gli Stati Uniti è invece la conferma di un movimento in salute, capace di vincere l'oro sia nel torneo maschile che in quello femminile, completando una doppietta storica che mai era riuscita a nessuna nazione nell'hockey su ghiaccio -5-10.

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