Chanel, il richiamo della sirena: Blazy debutta a Biarritz tra workwear e onde atlantiche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è voluto poco più di un anno, a Matthieu Blazy, per prendere le misure di un colosso come Chanel; eppure, con la sua prima sfilata Cruise, presentata il 28 aprile a Biarritz, il direttore artistico ha scelto la via più autorevole per legittimare il proprio mandato, quella di tornare esattamente dove tutto cominciò. La cornice, in questo senso, non era solo suggestiva ma storicamente vincolante: è in questa elegante cittadina della costa basca, nel lontano 1915, che Gabrielle Chanel decise di fondare la sua prima maison di alta moda, un dettaglio che Blazy ha voluto trasformare nella cifra stilistica dell’intera operazione. A differenza della frenesia parigina degli atelier, qui il vento dell’Atlantico e quella luce lattiginosa tipica del sud-ovest francese hanno fatto da contrappunto a una sfilata che, più che un semplice défilé, è sembrata una dichiarazione di poetica applicata.
Se si osserva la collezione Cruise 2026/27, si nota immediatamente come Blazy abbia lavorato su un equilibrio sottile tra l’archivio della maison e la sua personale ossessione per la tattilità. Da un lato, troviamo un recupero quasi filologico dello spirito originario di Mademoiselle Chanel, quella che rifiutava i corsetti per vestire le donne con jersey maschile e abiti da lavoro; dall’altro, il designer innesta riferimenti marini che sfiorano il mitologico, trasformando le modelle in creature uscite dal mare. Un cortometraggio girato da Julien Martinez Leclerc anticipava il mood della serata, mostrando una sirena che emerge dall’acqua, si aggira per la città e infine vi fa ritorno – una metafora perfetta per una collezione che ha letteralmente portato la sabbia sotto i tacchi delle modelle, alcune delle quali hanno sfilato a piedi nudi reggendo le loro classiche slingback in mano.
La passerella, allestita in un salone a specchio che si protendeva sull’oceano, ha visto susseguirsi capi che mescolano l’estetica del workwear francese a inserti di alta gioielleria. I punti chiave della sfilata rivelano una predilezione per le texture acquatiche: giacche ricamate con coralli e stelle marine, cappelli da nuoto trasformati in copricapi couture e abiti lunghi interamente impreziositi da perline arancioni e azzurre che replicano il movimento delle scaglie di pesce. C’è anche un omaggio, volutamente irriverente, alla storica stampa di giornale, rivisitata qui in tweed sfilacciato o in sete leggere come la carta, quasi a voler ricordare l’amore di Gabrielle per la lettura del quotidiano, un vezzo che ai tempi veniva considerato una prerogativa maschile. Non mancano i completi in maglieria, le tute traspiranti e quell’idea di “libertà del ” che per la fondatrice della maison era un principio estetico assoluto.
Il little black dress secondo Nicole Kidman e il dettaglio inaspettato
Tra i momenti di maggior impatto visivo, impossibile non soffermarsi sul front row, dove Nicole Kidman ha saputo catalizzare l’attenzione con un look che già sa di iconico. L’attrice, ormai habitué delle sfilate del marchio, ha indossato un little black dress firmato Blazy che gioca sulla contrapposizione: davanti, la silhouette appare essenziale, quasi severa, con un lungo scollo drappeggiato e maniche intere che disegnano una linea pulita; dietro, invece, la stoffa si apre in una scollatura profonda fino alla vita, interrotta solo da un ornamento organico fatto di piume nere, un dettaglio couture che aggiunge movimento senza mai risultare eccessivo. La scelta di accompagnare l’abito con occhiali da sole dalle lenti sfumate e una pochette in pelle color pervinca è parsa a molti una dichiarazione di nonchalance calcolata, come se Kidman volesse ricordare a tutti che l’eleganza della maison non ha mai avuto bisogno di urlare per essere riconosciuta.
A differenza di quanto spesso accade per le collezioni Cruise (spesso criticate come semplici contenitori commerciali per la bella stagione), Blazy ha trattato questo appuntamento con la stessa densità concettuale riservata alle passerelle principali. Lo testimoniano i materiali: accanto ai classici tweed – qui alleggeriti e resi quasi liquidi – compaiono tessuti tecnici, reti da pesca riadattate a gonne e persino stampe che evocano le alghe o i fondali marini. La presenza massiccia di accessori oversize, dalle borse in rafia dalle proporzioni esagerate agli stivali di gomma alta da pescatore, ha ulteriormente radicato la collezione in una dimensione terrena e marinara, lontana mille miglia dalle astrazioni talvolta fini a sé stesse dell’alta moda parigina.
Un cantiere culturale nella Villa Larralde, tra passato e futuro
Lo show, però, non è solo questione di vestiti. Chanel ha approfittato del ritorno a Biarritz per mettere in cantiere un progetto immobiliare e culturale di lungo respiro che riguarda la mitica Villa Larralde. L’azienda ha impiegato sei anni per acquisire gli 85 lotti della coproprietà dove sorgeva l’antico atelier di Mademoiselle – un’operazione complessa che dimostra quanto la maison creda nella “magia dei luoghi” – e attualmente ha aperto una boutique temporanea al pianterreno, dedicata alla linea Coco Beach, che resterà operativa fino a settembre. Dopo quella data, prenderà il via un vero e proprio restauro destinato a trasformare lo stabile in un polo polifunzionale.
Bruno Pavlovsky, presidente delle attività moda di Chanel, ha chiarito che l’obiettivo non è trasformare la cittadina basca in "un nouveau Saint-Tropez" o in un parco a tema, ma piuttosto creare un ponte emotivo con gli abitanti, utilizzando lo spazio per mostre ed eventi culturali che raccontino il legame profondo tra Gabrielle Chanel e la costa atlantica. In sostanza, la sfilata ha funto da apripista per un recupero che punta a valorizzare il patrimonio locale senza snaturarlo, un equilibrio delicato che Pavlovsky sembra voler gestire con la prudenza di chi conosce i rischi della spettacolarizzazione. Del resto, fu proprio Karl Lagerfeld, possessore di una villa in zona, a provare a realizzare un simile progetto anni fa, salvo poi arenarsi per divergenze con l’amministrazione dell’epoca.
L’estetica della sirena: mitologia e sartorialità
Tornando alla moda in senso stretto, il fil rouge della collezione è stato senza dubbio il tema della metamorfosi acquatica. Blazy ha dichiarato di essersi imbattuto, durante una visita a Biarritz due anni prima, in un murale raffigurante due sirene di fronte a un faro; quella visione si è cristallizzata nel moodboard della sfilata, portando in dote abiti che sembrano scolpiti dall’acqua salmastra. Le creazioni finali, in particolare, erano veri e propri abiti da sera in paillettes e ricami Lesage che replicavano la fluorescenza delle profondità oceaniche, accompagnati da chiome volutamente umide e spettinate, a simulare l’uscita improvvisa da un bagno nelle acque agitate del Golfo di Biscaglia.
L’abilità di Blazy, in questo contesto, sta nell’aver evitato la trappola del tema fine a se stesso. Le sirene e le conchiglie non sono mai diventate costumi; sono rimaste suggestioni impresse nei ricami, nei gioielli dorati a forma di cavalluccio marino e nelle trasparenze dei tessuti, senza mai sacrificare la vestibilità pratica che contraddistingue la sua era. Persino i classici completi tailleur, i veri cavalli di battaglia della griffe, sono stati riproposti in seta carré o in cotoni leggeri, abbassando il giro manica e favorendo una libertà di movimento che strizza l’occhio allo sportswear degli anni Venti. È così che una sfilata Cruise, spesso considerata un intermezzo stagionale minore, si trasforma in un manifesto generazionale: Blazy non sta solo disegnando vestiti, sta ricostruendo la geografia affettiva di un marchio, pietra dopo pietra, onda dopo onda.




