Il dramma del piccolo Domenico: muore il bimbo del trapianto col cuore “bruciato”, sei medici ora indagati per omicidio colposo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Si è spento alle 9.20 di sabato 21 febbraio, tra le lacrime dei genitori che non lo hanno lasciato un istante, il piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo di Nola divenuto suo malgrado il simbolo di una vicenda medica dai contorni drammatici e destinata a lasciare un segno indelebile nell’opinione pubblica e, soprattutto, nei corridoi della giustizia -5. Il decesso è avvenuto all’ospedale Monaldi di Napoli, lo stesso dove il 23 dicembre scorso era stato sottoposto a un trapianto di cuore che, fin da subito, aveva mostrato gravissime criticità: l’organo, prelevato da un bambino di quattro anni a Bolzano, era giunto in sala operatoria irrimediabilmente danneggiato, congelato a causa dell’errato utilizzo di ghiaccio secco durante il trasporto al posto di quello tradizionale, un errore che ne ha di fatto compromesso la funzionalità e “bruciato” i tessuti -1-7.
La Direzione Strategica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, in una nota ufficiale diffusa nella tarda mattinata, ha espresso il proprio cordoglio, parlando di un “improvviso e irreversibile peggioramento delle condizioni cliniche” e stringendosi con rispetto e commossa partecipazione attorno alla famiglia del piccolo -5. Il bambino, che in quei due mesi è stato tenuto in vita da una macchina cuore-polmone (ECMO) in attesa di un nuovo, disperato trapianto che non è mai arrivato, era stato gradualmente accompagnato verso la sedazione profonda e la cosiddetta de-escalation terapeutica, una decisione sofferta condivisa con i genitori quando ogni speranza di un nuovo organo compatibile si è spenta -5-8.
Mentre l’ingresso dell’ospedale Monaldi si è trasformato in un piccolo santuario laico di fiori, pupazzi e messaggi, testimonianza di una commozione collettiva che ha travolto Napoli e l’intero paese, la macchina giudiziaria ha cambiato marcia -3. La Procura di Napoli, che già aveva aperto un fascicolo e iscritto nel registro degli indagati sei professionisti tra medici e paramedici – alcuni dei quali facenti parte dell’équipe partita per Bolzano per il prelievo – ha dovuto inevitabilmente riconsiderare l’ipotesi di reato -6. Con il decesso di Domenico, l’accusa per i sei sanitari si è aggravata, trasformandosi da lesioni colpose gravissime, che erano state ipotizzate fino a poche ore prima, in omicidio colposo, un passaggio formale ma sostanziale che riflette la nuova e definitiva gravità della vicenda -2-6.
Gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, hanno immediatamente predisposto il sequestro della salma del bambino in vista dell’autopsia, un esame disposto dall’autorità giudiziaria che sarà cruciale per accertare con precisione le cause del decesso e il nesso di causalità con il trapianto fallito -6-9. Ma le indagini non si fermano qui. In un’operazione che testimonia la volontà di ricostruire ogni singolo passaggio di quella drammatica giornata del 23 dicembre, i Carabinieri del NAS hanno proceduto al sequestro dei telefoni cellulari dei sei indagati -3-6. L’obiettivo degli inquirenti è quello di setacciare messaggi, chiamate e ogni altra traccia digitale che possa chiarire cosa si siano detti i sanitari nelle fasi concitate del trasporto e dell’intervento, e soprattutto per capire come sia stato possibile utilizzare ghiaccio secco, la cui temperatura raggiunge i -70 gradi, al posto di quello comune, un errore definito dagli stessi investigatori come “fatale” e “madre” di tutte le conseguenze successive -3-7.
Il nodo del ghiaccio e le responsabilità in sala operatoria
Al centro dell’inchiesta, che come emerso potrebbe presto allargarsi ad altri indagati, rimangono i momenti cruciali che hanno preceduto l’intervento -1-6. Da una parte c’è la fase del trasporto: secondo quanto ricostruito, i medici giunti da Napoli all’ospedale di Bolzano, dopo aver riposto il cuore nell’apposito box, avrebbero chiesto al personale locale di integrare il ghiaccio mancante; il riempimento, però, sarebbe stato effettuato con ghiaccio secco, un errore che ha esposto l’organo a temperature letali per l’intera durata del viaggio di ritorno in auto -1. Dall’altra parte, c’è quanto avvenuto al Monaldi: i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera, già acquisiti dagli inquirenti, descrivono una scena drammatica in sala operatoria, dove “all’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio” -8. Nonostante il forte sospetto di un grave danno da congelamento, si decise comunque di procedere con l’impianto, anche perché il cuore malato del piccolo Domenico era già stato espiantato e non c’era quindi più modo di tornare indietro -8.
La Procura dovrà ora fare piena luce anche su questo passaggio, e cioè sulle ragioni per cui l’espianto dell’organo ormai compromesso del bambino sia avvenuto prima di avere la certezza della piena funzionalità di quello appena arrivato. Il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, che nei giorni scorsi aveva sollecitato e ottenuto la documentazione medica, ha sempre sostenuto la necessità di verificare l’organo prima di procedere all’asportazione di quello malato, un’azione che, se compiuta, avrebbe forse lasciato aperta una speranza per Domenico, mantenendolo in vita con il suo cuore originale, seppur malato, in attesa di un donatore compatibile -7-9. Con la morte del piccolo, la strada giudiziaria è ora segnata e si concentrerà sull’autopsia e sull’analisi dei telefoni sequestrati, mentre i legali di alcuni degli indagati, come quello del cardiochirurgo che eseguì l’intervento, hanno già cominciato a delineare una linea difensiva che parla di “tutto il professionalmente e umanamente possibile” -9.




