Il dramma del piccolo Tommaso e quel trapianto con il cuore "bruciato": i sanitari indagati salgono a sei, per il medico legale il bimbo sarebbe ormai inabile a un nuovo intervento
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Redazione Interno
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Il tempo, scandito dal funzionamento incessante di una macchina Ecmo che ormai da oltre cinquanta giorni sostituisce le funzioni vitali del suo cuore, sembra essere il nemico più temibile per il piccolo Tommaso, il bambino di due anni e quattro mesi al centro di uno dei casi di cronaca più drammatici degli ultimi tempi. La vicenda, che ha per scenario l'ospedale Monaldi di Napoli, si infittisce di dettagli tecnici e risvolti giudiziari, mentre le condizioni del bambino, indiscusso protagonista di questa tragedia, restano disperate. L'operazione, eseguita lo scorso 23 dicembre, doveva rappresentare per lui una speranza di vita, ma si è trasformata in un incubo a causa di un cuore, prelevato da un donatore a Bolzano, giunto nell'aula operatoria partenopea in condizioni talmente compromesse – con ustioni da freddo provocate, sembra, da un uso improprio di ghiaccio secco durante il trasporto – da essere definito dagli stessi inquirenti come un organo "bruciato".
Nelle ultime ore, il quadro clinico del piccolo ha subito un preoccupante peggioramento, in particolare per quanto riguarda i valori epatici, un segnale questo che, in pazienti già così provati, lascia presagire conseguenze irreversibili. Ed è proprio sulla base di questo aggravamento che si innesta il parere, reso noto dall'avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, del consulente medico legale di parte. Secondo questa valutazione, il bambino presenterebbe ormai una condizione clinica tale da renderlo inabile a un nuovo trapianto, qualora – e si tratta di un'eventualità tutt'altro che scontata – si rendesse disponibile un altro cuore compatibile. La famiglia, assistita dal legale, pur consapevole della gravità di questa prognosi, non intende arrendersi all'evidenza e ha annunciato l'intenzione di chiedere formalmente alla direzione sanitaria del Monaldi un parere terzo, magari rivolgendosi all'eccellenza dell'ospedale Bambino Gesù di Roma, per avere una valutazione indipendente sull'effettiva trapiantabilità del piccolo nel caso, appunto, si presentasse una nuova occasione donativa.
Mentre il dramma umano si consuma inesorabile nel reparto di terapia intensiva, l'inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri e affidata al sostituto Giuseppe Tittaferrante per la sezione specializzata in Lavoro e colpe mediche, compie i suoi passi formali. I primi sei avvisi di garanzia sono stati notificati ad altrettanti componenti dell'équipe che ha seguito l'intera procedura, dall'espianto in Alto Adige all'impianto nel capoluogo campano. Si tratta di due chirurghi e di quattro tra medici e paramedici, tutti iscritti nel registro degli indagati con l'ipotesi di accusa, al momento, di lesioni colpose gravissime. Non tutti i sanitari che hanno subito provvedimenti cautelari dalla direzione dell'azienda ospedaliera – tra cui la sospensione della responsabile della cardiochirurgia pediatrica – risultano tuttavia automaticamente indagati, segno che la magistratura sta operando una distinzione precisa basata sui ruoli effettivamente operativi nella catena di eventi che ha portato all'utilizzo di un organo ormai compromesso.




