Caos rimpatri, Tajani: “Emergenza rientrata, ora criticità solo alle Maldive”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Undici giorni dopo l’inizio dei raid che hanno sconvolto gli equilibri in Medio Oriente, portando alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran e a una chiusura quasi totale degli spazi aerei nell’area del Golfo, la macchina dei rientri per i cittadini italiani sta progressivamente smaltendo l’arretrato. La situazione, che inizialmente riguardava decine di migliaia di connazionali sparsi tra Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrain, vede oggi un netto miglioramento grazie alla ripresa parziale dei vettori commerciali e all’opera di facilitazione messa in campo dalla Farnesina. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel corso di diversi interventi pubblici, ha più volte ribadito il concetto: per chi si trovava nei Paesi direttamente lambiti dalle operazioni militari, l’emergenza può considerarsi conclusa, e il flusso di quanti desideravano fare ritorno in patria è stato ormai garantito.

La nuova geografia dell’emergenza

Se da un lato il dispositivo di assistenza ha permesso a circa venticinquemila persone di rientrare dallo scoppio della crisi -1, dall’altro il ministero ha dovuto ridefinire il perimetro dell’emergenza, spostando il focus su un’area geograficamente distante dal conflitto ma logisticamente collegata a doppio filo con gli hub mediorientali. Le Maldive, paradiso turistico nell’Oceano Indiano, rappresentano oggi il principale nodo critico: la stragrande maggioranza dei collegamenti aerei verso l’Europa, infatti, effettua scalo negli aeroporti di Dubai, Abu Dhabi o Doha, vettori che per giorni hanno sospeso o ridotto drasticamente le operazioni. Il ministro ha chiarito come nell’arcipelago non vi sia alcuna situazione bellica, ma piuttosto una congestione di viaggiatori — si stimano diverse migliaia di presenze italiane — che si sono trovati con i voli cancellati e che ora premono per rientrare, trovando una disponibilità di posti ancora insufficiente a soddisfare la domanda in tempi rapidi.

Le difficoltà nei paradisi tropicali

La narrazione del governo, che parla di “criticità residuale”, si scontra tuttavia con la realtà di molte famiglie bloccate sugli atolli. Chi aveva organizzato il viaggio in autonomia, prenotando magari con mesi di anticipo, si trova oggi a dover gestire non solo l’ansia del rientro ma anche costi imprevisti e soluzioni di fortuna. Secondo le testimonianze raccolte, all’aeroporto di Malé sono presenti operatori dell’Unità di Crisi, ma le alternative proposte — talvolta voli charter con prezzi che oscillano tra i mille e i millecinquecento euro a persona — vengono percepite come inaccettabili da chi ha già saldato il biglietto di andata e ritorno. Alcuni turisti hanno denunciato la sensazione di essere abbandonati a loro stessi, cercando piani alternativi che passano attraverso scali in India, non senza complicazioni burocratiche legate ai visti d’ingresso.

Le rotte alternative e i costi

La strategia della Farnesina si è orientata verso la creazione di corridoi indiretti: l’idea è quella di dirottare i connazionali verso aeroporti cosiddetti “puliti”, come quelli di Mascate in Oman o di alcune città indiane, da dove poi ripartire con voli verso l’Italia che evitino il sorvolo delle zone rosse. Si tratta, però, di percorsi che allungano i tempi e che, se non coordinati centralmente, rischiano di tradursi in spese extra a carico dei passeggeri. Per far fronte alla situazione, il ministro ha annunciato un rafforzamento della presenza istituzionale a Malé, con l’invio di nuovi funzionari e personale dell’Arma dei Carabinieri, oltre all’arrivo dell’ambasciatore per seguire personalmente la vicenda.

Il bilancio dei rientri

Parallelamente all’emergenza Maldive, il governo prosegue nel monitoraggio delle aree più calde. Oltre ai venticinquemila rimpatri già effettuati, alcune migliaia di italiani risultano ancora in transito tra Emirati, Arabia Saudita, Oman, Thailandia e Sri Lanka, ma si tratta per lo più di residenti o di persone che non hanno manifestato l’intenzione immediata di lasciare la regione. Le rappresentanze diplomatiche in Libano e Iraq, intanto, hanno ridotto il loro organico per motivi di sicurezza, mentre la macchina dello Stato cerca di fornire risposte a chi, pur non essendo in una zona di guerra, si sente ugualmente in trappola a migliaia di chilometri da casa, in attesa che i voli tornino a decollare con regolarità.

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