Addio a Fabrizio Plessi, il pioniere della videoarte che trasformò l'acqua in oro digitale
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Redazione Interno
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Prima la si sentiva, poi, salendo sulle passerelle, la si poteva finalmente vedere. Era un alveo di ferro nero, racchiuso da due argini percorribili, con una lunga sequenza di monitor sul fondo a riprodurre il corso dell'acqua. "Il fiume della vita", l'installazione che Fabrizio Plessi realizzò per Rovigo in occasione del 50° anniversario dell'alluvione del Polesine, rappresentava in fondo la summa della sua poetica: la capacità di rendere tangibile, attraverso la tecnologia, la memoria e l'energia primordiale degli elementi.
E proprio a Rovigo, dove quell'opera fu acquistata dalla Provincia nel 2001 per trecento milioni di lire e poi tragicamente scomparsa nel corso di una mostra a Berlino, si consuma ancora oggi uno dei capitoli più paradossali del rapporto tra l'arte pubblica e le istituzioni.
Un pioniere tra materia e video
Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, Plessi era arrivato a Venezia all'età di quattordici anni, scegliendo la città lagunare come sua "grammatica del lavoro", per usare una sua celebre definizione. Si era formato al Liceo Artistico e all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove in seguito avrebbe ricoperto la cattedra di pittura, ma la sua ricerca aveva ben presto superato i confini della tela per abbracciare un nuovo vocabolario espressivo.
Fu uno dei primi, già alla fine degli anni Sessanta, a concentrarsi sul tema dell'acqua, declinandola non solo come soggetto ma come vera e propria materia dell'opera, attraverso installazioni, film e videotape che anticipavano di decenni le tendenze della new media art.
La svolta alla Biennale e il riconoscimento internazionale
La svolta decisiva per la sua carriera arrivò nel 1986, quando venne invitato a rappresentare l'Italia alla 42ª Biennale di Venezia con l'opera "Bronx", segnando un momento storico: per la prima volta, la televisione veniva introdotta all'interno della manifestazione come materiale artistico a tutti gli effetti.
Da quel momento, il suo percorso si fece internazionale: presente quattordici volte alla Biennale, partecipò a Documenta 8 a Kassel nel 1987 e fu accolto nei musei più importanti del mondo, dal Centre Pompidou al Guggenheim Museum di New York. Insegnò "umanizzazione delle tecnologie" all'Università di Colonia, portando avanti una riflessione che non separava mai l'innovazione digitale dalla fisicità della materia, usando legno, ferro, pietra e, naturalmente, l'acqua e il fuoco come elementi primordiali da far convivere con i monitor.
La trasformazione in oro e il dialogo con Venezia
Il legame con Venezia, d'altronde, non si è mai interrotto. Le sue opere monumentali hanno più volte ridisegnato il volto della città: da "Waterfire" del 2001, che modificò la facciata del Museo Correr, fino a "L'Età dell'Oro" del 2020, quando in piena pandemia le finestre del museo si illuminarono di cascate digitali dorate, offrendo un messaggio di speranza alla città chiusa.
L'oro era diventato, negli ultimi anni di attività, il suo nuovo medium prediletto, un simbolo di luce e di rinascita che aveva caratterizzato anche la grande mostra "Plessi sposa Brixia" del 2023, allestita tra il Parco Archeologico e il Museo Santa Giulia di Brescia in occasione della Capitale della Cultura. Nel 2024, la Fondazione Alberto Peruzzo di Padova gli aveva dedicato "Plessi.
Nero Oro", una raccolta dei suoi disegni, perché per lui il segno grafico era un'esigenza biologica, il luogo dove l'idea prendeva forma prima di diventare installazione.
L'eredità di un visionario
Fabrizio Plessi è morto il 23 agosto 2026 all'ospedale di Dolo, all'età di 86 anni. Le sue condizioni di salute non erano ottimali ormai da tempo, ma fino all'ultimo aveva continuato a lavorare, come dimostrano i progetti in corso a Murano con Barovier & Toso. Numerosi sono stati i messaggi di cordoglio da parte del mondo dell'arte e delle istituzioni. Il sindaco di Venezia, Simone Venturini, lo ha definito un amico, sottolineando come le sue opere portassero sempre luce, un'idea di energia e futuro.
Luigi Brugnaro, ex primo cittadino, ha ricordato "L'Età dell'Oro" come un'immagine potente di bellezza in uno dei momenti più difficili per la città.
Il suo testamento artistico, in un'era che spesso considera il digitale come freddo e distaccato, è racchiuso in una convinzione che Plessi ha sempre ribadito: il digitale può essere spirituale. Una lezione che lascia a chiunque, come ha scritto la curatrice Ilaria Bignotti, l'amore per il pensiero libero e per la bellezza. D'altronde, come lui stesso ripeteva, una volta avute delle idee grandi, la mente non può più tornare a pensare in piccolo.
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