Sadjide Musljia, il femminicidio di Monte Roberto e le falle nella rete delle protezioni
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Redazione Interno
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Una casa condivisa, acquistata con un mutuo che stringeva in una morsa logistica e che divenne, suo malgrado, il teatro dell’agguato mortale. Sadjide ‘Sagi’ Musljia, la sarta macedone di 49 anni, non aveva perdonato il marito per le violenze subite, come sottolineano alcuni di coloro che la conoscevano bene, e anzi ne era terrorizzata, al punto da barricarsi di notte nella stanza da letto, asserragliandosi lontana dal coniuge. Eppure, nonostante la paura e il desiderio dichiarato di divorziare, sentiva di non avere altra scelta se non quella di rimanere nella villetta di Pianello Vallesina, frazione di Monte Roberto in provincia di Ancona, dove il 3 dicembre l’uomo l’ha aggredita e picchiata a morte, utilizzando, secondo quanto emerso, anche un tubo metallico. Un quadro che delinea non una donna soggiogata, bensì una persona intrappolata in una trappola economica e abitativa, privata di una via di fuga praticabile e concreta, mentre la macchina dei controlli e degli interventi obbligatori procedeva con un ritmo che si è rivelato fatale.
Il corso anti-violenza rinviato e l’appuntamento in ufficio
Proprio nei giorni immediatamente precedenti il femminicidio, infatti, Nazif Muslija, il cinquantenne accusato dell’omicidio, si era presentato, come concordato, presso gli uffici dell’Ufficio distrettuale per l’esecuzione penale esterna di Ancona. L’incontro, richiesto per discutere del programma per uomini maltrattanti che il tribunale gli aveva imposto con una sentenza dello scorso luglio, si era svolto regolarmente. Gli psicologi che lo hanno incontrato lo hanno giudicato collaborativo e adeguato durante il colloquio. Quel percorso di rieducazione, tuttavia, non era ancora iniziato e, stando a quanto riferito dagli operatori, sarebbe stato avviato solo nella successiva stagione primaverile. Una dilazione burocratica, dettata forse dalla carenza di posti disponibili – si parla di un centinaio di casi in attesa nella stessa area – che ha lasciato un vuoto di monitoraggio attivo nel periodo in cui la necessità di un intervento stringente si faceva più acuta.
La disperata fuga nel bosco e il salvataggio
Dopo l’omicidio della moglie, Nazif Muslija si è dato alla fuga, rifugiandosi in una zona boscosa tra Matelica e la località Sant’Anna-Braccano. Lì, nella tarda mattinata di ieri, un cacciatore di passaggio si è imbattuto in una scena drammatica: l’uomo, ricercato dalle forze dell’ordine, era legato con una corda, in un chiaro tentativo di suicidio. È stato proprio il cacciatore, in un gesto immediato, a tagliare la corda e a salvargli la vita, prima dell’arrivo dei soccorsi sanitari e delle autorità che lo hanno infine tratto in arresto. Un epilogo che chiude la fase della latitanza ma non cancella, ovviamente, la gravità del gesto compiuto poche ore dopo il formale incontro con gli organismi preposti alla sua rieducazione.
La vita parallela e la paura costante
Quello che emerge con chiarezza dalle parole di chi lavorava al fianco di Sadjide Musljia è l’immagine di un’esistenza condotta da anni in uno stato di allerta permanente. Nel piccolo laboratorio di Jesi dove la donna lavorava da quasi due decenni, la titolare ha descritto una coppia che ormai conduceva vite separate all’interno dello stesso edificio, con lei che occupava il piano superiore e il marito che risiedeva nella tavernetta. “Voleva divorziare, così ci diceva”, ha ricordato, dipingendo il ritratto di una persona determinata nell’intenzione ma impossibilitata a realizzarla nel concreto. La paura, un sentimento che la accompagnava da almeno due anni, era talmente pervasiva da spingerla a serrare la porta della camera da letto durante la notte e a ricorrere a farmaci per riuscire a dormire, in una condizione di sofferenza psicologica che precedeva di gran lunga la tragedia finale.




