Birmania, tra terremoto e guerra civile: la giunta blocca gli aiuti mentre il bilancio delle vittime cresce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La terra ha tremato alle 12:51 di venerdì scorso, ma in Birmania il sisma più violento è quello che da anni lacera il Paese, diviso tra una guerra civile senza fine e un regime militare che, anziché soccorrere la popolazione, ne ostacola la sopravvivenza. Quella che doveva essere una giornata come tante si è trasformata in un incubo quando la scossa di magnitudo 7.7 ha squarciato il Myanmar centrale, lasciando dietro di sé migliaia di vittime, feriti e dispersi. I numeri ufficiali parlano di 2.886 morti, 4.639 feriti e circa 400 persone di cui si è persa ogni traccia, ma le stime dell’Usgs suggeriscono che il bilancio reale potrebbe superare i 10mila.

Mentre i soccorritori scavano tra le macerie, cercando chi ancora potrebbe essere salvato, la giunta militare – al potere dal colpo di Stato del 2021 – continua a bombardare le aree controllate dai ribelli, trasformando la catastrofe naturale in un’ulteriore arma di repressione. "Oltre al terremoto, le bombe. Ci serve la pace", racconta un giovane cristiano sfollato, la cui voce si perde nel rumore assordante di un conflitto che non concede tregua. Le sue parole, come quelle di tanti altri, restano inascoltate da un governo che preferisce chiudere le porte agli aiuti internazionali piuttosto che ammettere la propria incapacità di gestire l’emergenza.

Oltre i confini birmani, in Thailandia, il terremoto ha avuto ripercussioni limitate ma significative: a Bangkok, un edificio in costruzione, legato a un appaltatore cinese, è crollato sotto la forza della scossa, scatenando polemiche sulla qualità dei materiali e sulle responsabilità delle imprese coinvolte. Mentre il governo thailandese avvia le indagini, la differenza tra i due Paesi diventa ancora più evidente: da una parte, un territorio dove le istituzioni, seppur tra difficoltà, reagiscono; dall’altra, un regime che trasforma ogni crisi in un’occasione per consolidare il proprio potere.

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