Roma e Milano mobilitate per lo sciopero transfemminista, fumogeni e un fantoccio di Trump bruciato
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Migliaia di persone hanno invaso le strade di Roma e Milano in occasione dello sciopero generale transfemminista indetto per la giornata del 9 marzo, un'ondata di proteste che ha idealmente collegato le due metropoli italiane e che ha visto una partecipazione particolarmente nutrita di studenti e studentesse. A Roma, il corteo organizzato dal movimento “Non una di meno” è partito nel primo pomeriggio da Piazzale Ostiense, snodandosi per le vie del quartiere San Paolo e dirigendosi verso quella che è stata indicata come la meta simbolica della manifestazione, il Ministero dell'Istruzione e del Merito. I manifestanti, un migliaio secondo le prime stime fornite dagli organizzatori e in larga parte provenienti dai licei e dagli istituti superiori della capitale, hanno riempito l'aria di slogan e cori, molti dei quali rivolti in maniera esplicita contro il governo e in particolare contro la senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
Proprio al Ministero, una volta che la testa del corteo ha raggiunto l'edificio, la protesta ha assunto contorni più plateali e visivamente d'impatto: alcuni partecipanti hanno acceso fumogeni dai colori vivaci e hanno lasciato l'impronta delle loro mani, tinte di rosso, sulle scalinate della sede di Viale Trastevere, un gesto dal forte simbolismo che ha richiamato l'attenzione dei passanti e dei media lì presenti. Non sono mancati gli striscioni, come quello, ripreso dalle agenzie di stampa, su cui campeggiava la scritta “Il consenso è sexy, fermiamo il ddl Bongiorno”, a ribadire il principale cavallo di battaglia della giornata di mobilitazione. Un'altra ala del corteo romano, quello che ha attraversato la zona di Ponte Sublicio, ha invece srotolato un enorme striscione con la scritta “Anti war - Feminism resistance”, collegando così le istanze dei diritti delle donne a quelle per la pace e la fine dei conflitti internazionali.
Milano, il rogo del fantoccio di Trump e gli slogan contro il ddl
Parallelamente, a Milano, la mobilitazione ha visto momenti di analoga tensione e partecipazione. Il corteo studentesco transfemminista, partito da Largo Cairoli nella tarda mattinata, ha attraversato il centro cittadino richiamando alcune centinaia di giovani, molti dei quali aderenti ai collettivi scolastici e al movimento “Non una di meno”. Il clou della manifestazione milanese si è però registrato in via Turati, a poca distanza dal consolato degli Stati Uniti, dove un gruppo di manifestanti ha inscenato un gesto di forte rottura simbolica: un fantoccio di cartapesta raffigurante il presidente americano Donald Trump è stato dato alle fiamme. La scelta del luogo non è apparsa casuale, così come non lo sono stati i cori intonati subito dopo, tra cui “Se domani non torno, brucia tutto” e “Donna, vita, libertà”, quest'ultimo riecheggiante le proteste delle donne iraniane. In via Turati, inoltre, sono state mostrate alcune foto del presidente Trump insieme al finanziere Jeffrey Epstein, figura chiave in inchieste su giro di prostituzione minorile, un accostamento che ha voluto legare la figura del leader della Casa Bianca a un sistema di potere e sopraffazione di genere.
Oltre all'episodio del rogo, che ha inevitabilmente catalizzato l'attenzione, il corteo milanese ha visto una serie di flash mob e performance. Davanti all'ospedale Fatebenefratelli, alcune ragazze hanno mostrato i propri ventri sui quali erano dipinte le lettere a formare la frase “My body, my choice”, a difesa dell'autodeterminazione e del diritto all'aborto, mentre non mancavano gli striscioni contro il ddl Bongiorno, con scritte come “Pronto Bongiorno? Solo un sì entusiasta è sì”. Anche nel capoluogo lombardo, la contestazione alla riforma proposta dalla senatrice leghista è stato uno dei temi centrali, con molti che hanno sottolineato come il testo normativo, incentrato sul concetto di dissenso e non su quello di consenso esplicito e attuale, rischi di rappresentare un passo indietro nella lotta alla violenza di genere. Gli slogan scanditi al megafono, come “la notte ci piace, ma vogliamo uscire in pace” e “proteggi tua figlia, educa tuo figlio”, hanno sintetizzato le richieste di una generazione che chiede un cambiamento culturale profondo, da attuarsi anche attraverso l'introduzione dell'educazione sessuale e affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado.




