Roma, corteo transfemminista tra fumogeni e mani rosse sul ministero dell'Istruzione
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Redazione Interno
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Fumogeni colorati che si levano verso il cielo grigio di Roma e impronte di mani rosse lasciate come un segno indelebile sulle scalinate del Ministero dell'Istruzione e del Merito: questa l'immagine con cui si è chiusa, nella tarda mattinata di oggi, la mobilitazione promossa da "Non una di meno" in occasione dello sciopero generale transfemminista, una due giorni di proteste che ha attraversato l'8 e il 9 marzo in molte città italiane. Il corteo capitolino, partito da Piazzale Ostiense con la partecipazione di migliaia di persone, ha raggiunto quindi la sede del dicastero di Viale Trastevere, e lì, sotto gli occhi delle forze dell'ordine che presidiavano la zona, alcune manifestanti hanno voluto lasciare un'impronta simbolica della protesta, intingendo i palmi delle mani in vernice rossa per poi appoggiarli sui gradini dell'ingresso, mentre l'aria si riempiva del fumo acre dei bengala. Uno striscione esposto dalle organizzatrici, con la scritta "Il consenso è sexy, fermiamo il ddl Bongiorno", riassumeva in poche parole il fulcro della giornata di lotta, ovvero la ferma opposizione al disegno di legge sulla violenza sessuale attualmente all'esame del Parlamento, una norma che, secondo le critiche mosse dai collettivi femministi e da una parte dell'opposizione, rischierebbe di compiere un passo indietro sul piano culturale e giuridico spostando l'attenzione dal concetto di consenso esplicito a quello, ben più ambiguo e difficile da provare, del dissenso della vittima.
Non molto distante da lì, sul Ponte Sublicio, un altro momento coreografico aveva caratterizzato la mattinata: un enorme striscione con la scritta "Anti war - Feminism resistance" era stato srotolato lungo il parapetto del fiume, a testimoniare come la protesta transfemminista leghi inscindibilmente la lotta contro il patriarcato a quella contro i conflitti bellici in corso nel mondo. "Il nostro è terra di conflitto, ma noi siamo per la pace", hanno scandito al megafono alcune attiviste, sottolineando come la corsa al riarmo e le spese militari rappresentino, a loro giudizio, un'altra faccia di quella stessa cultura maschilista e violenta che si intende contrastare.
La mobilitazione, del resto, non è stata solo romana. A Genova, davanti alla Prefettura di Largo Eros Lanfranco, si è tenuto un presidio che, nelle intenzioni dei collettivi di "Non una di meno", ha voluto rappresentare un momento di raccolta e di riflessione collettiva contro l'operato dell'esecutivo, criticato su due fronti specifici: quello interno, rappresentato appunto dal ddl Bongiorno, e quello internazionale, con un'esplicita condanna della "corsa alla guerra" che, secondo i manifestanti, caratterizzerebbe le scelte geopolitiche dell'Italia e dei suoi alleati. Lo sciopero generale, indetto da diverse sigle sindacali di base come Cub, Usb e Cobas, ha coinvolto in modo particolare i settori della scuola, della sanità e della pubblica amministrazione, con l'obiettivo di tenere alta l'attenzione non solo sulle questioni di genere, ma anche sulle disparità economiche e sociali che colpiscono in modo trasversale la popolazione lavoratrice.




