Metalmeccanici in protesta, il nuovo decreto sicurezza rischia di trasformare il blocco stradale in reato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Diecimila operai hanno invaso la tangenziale venerdì scorso, trasformando quella che doveva essere una manifestazione autorizzata in un’azione ben più radicale. Il corteo, organizzato per chiedere il rinnovo del contratto nazionale – fermo da novembre – ha deviato dal percorso concordato, bloccando il traffico per ore. Un gesto che, con l’entrata in vigore del nuovo decreto sicurezza il 10 giugno, non è più solo un illecito amministrativo ma un reato punibile con la reclusione fino a due anni, se commesso in gruppo.

"Se si dovesse arrivare a processo, potrebbe essere sollevata la questione di legittimità costituzionale", osserva l’avvocato Vittorio Manes, professore di Diritto penale all’Università di Bologna. La norma, che rientra nel cosiddetto "marketing delle emozioni", secondo l’esperto comprime le libertà individuali, spostando il confine tra dissenso e illegalità. Una valutazione che arriva mentre la tensione tra sindacati e governo rimane alta, nonostante i tentativi di mediazione.

Sabato, l’incontro al ministero del Lavoro tra i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm e le associazioni datoriali si è concluso senza accordi. La ministra Marina Calderone ha cercato di riavviare il dialogo, interrotto da mesi di scontri e scioperi, ma la fumata nera lascia presagire una trattativa ancora in salita. Intanto, le imprese sembrano mostrare aperture, seppur cautelative, dopo una fase di dura contrapposizione.

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Se c’è chi evoca i fantasmi del passato – come i tempi in cui la polizia sparava sugli operai in sciopero – la realtà odierna è ben diversa, anche se il clima resta polarizzato. Quel che è certo è che la protesta, giudicata da molti "eccessiva", ha riacceso il dibattito sui limiti del diritto di sciopero e sulle conseguenze del nuovo quadro normativo.

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