Mps, l’attesa per il verdetto di Glass Lewis mentre Lovaglio si gioca la carta della continuità
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Redazione Economia
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L’ingarbugliata matassa del rinnovo del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, una vicenda che tiene col fiato sospeso gli investitori istituzionali, attende entro domani il verdetto del proxy advisor Glass Lewis; si tratta di un parere che, secondo quanto risulta ad AdnKronos, potrebbe rivelarsi decisivo per indirizzare i voti del 15 aprile, spezzando l’equilibrio di una contesa che vede contrapposte due visioni strategiche per il futuro dell’istituto senese. In questa vigilia carica di tensione, l’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio – che ha rotto un silenzio durato giorni in un’intervista concessa a Bloomberg Tv – ha scelto la via dell’offensiva diretta, rivendicando il proprio operato e ribadendo con forza la necessità di non disperdere il patrimonio di competenze accumulate durante il risanamento. «Mi sento a mio agio a far parte della lista», ha dichiarato il manager, riferendosi esplicitamente a quella promossa dall’imprenditore Tortora; per Lovaglio, in questa specifica fase aziendale, “continuità ed esecuzione” rappresentano i due pilastri imprescindibili per consolidare i risultati raggiunti e proseguire il percorso di integrazione con Mediobanca.
La sfida della lista Tortora e la replica al proxy Iss
La candidatura di Lovaglio, che è stato ufficialmente escluso dalla lista del consiglio di amministrazione uscente (dove il board ha indicato l’ad di Acea, Fabrizio Palermo, come suo successore designato), ha trasformato quella che doveva essere una normale assemblea in un vero e proprio referendum sulla governance. Il manager, che ha contribuito a quadruplicare il valore delle azioni negli ultimi quattro anni, non ha gradito l’accostamento delle sue ambizioni alle indagini della procura di Milano; anzi, ha liquidato le perplessità sollevate dall’advisor Iss – il quale aveva suggerito di votare la lista del cda proprio per mitigare i rischi legati alle inchieste personali – definendo indirettamente marginale l’impatto della vicenda giudiziaria sulla sua operatività. «Considerando la fase dell’inchiesta, non penso che sia un problema essere ceo», ha affermato, sottolineando come il mercato conosca il suo “track record” e come la banca abbia confermato il suo “fit & proper” in due diverse occasioni, anche dopo l’avvio degli accertamenti.
La lista che lo sostiene, facente capo a Plt Holding, ha cercato di capitalizzare sull’effetto sorpresa; tuttavia, fonti finanziarie interpellate in queste ore hanno fatto notare come questa compagine sia stata considerata da subito l’anello debole della catena, sia per l’assenza di elementi di continuità con il precedente cda, sia per i criteri di selezione dei candidati (ritenuti poco trasparenti) e per la tempistica della presentazione, avvenuta a ridosso della scadenza senza un preventivo passaggio in Bce. Nonostante ciò, Lovaglio e Tortora stanno spingendo sull’acceleratore per convincere gli investitori esteri, che detengono una fetta consistente del capitale, a non disperdere il lavoro fatto; l’obiettivo dichiarato è evitare che l’assemblea del 15 aprile restituisca un cda senza un indirizzo chiaro, una circostanza che – a loro dire – getterebbe l’istituto in un “periodo di estesa incertezza” proprio mentre si appresta a digerire l’acquisizione di Piazzetta Cuccia.
L’affondo su Generali e il “nice to have” di Mediobanca
In quella che è stata definita una vera e propria “sparata” mediatica, Lovaglio ha allargato il raggio della sua offensiva toccando il tema scottante della partecipazione in Generali, un dossier che pesa come un macigno sugli equilibri futuri del polo creato dall’Ops. Intervistato ancora una volta da Bloomberg Tv, l’ex ceo non ha usato giri di parole nel definire l’investimento nel Leone: «Come ho detto l’anno scorso, Generali è nice to have». Pur riconoscendo che la compagnia triestina offra una diversificazione dei ricavi non correlata al ciclo bancario – oltre a “ulteriori opportunità per il business della bancassicurazione” – Lovaglio ha ribadito con forza che il “focus strategico” del nuovo gruppo deve rimanere saldamente ancorato al rate banking, al private banking e alla banca commerciale. Questa dichiarazione, che suona quasi come un avvertimento alla controparte, è una frecciata velenosa indirizzata a Francesco Gaetano Caltagirone e alla cordata che lo sostiene; in sostanza, il manager uscente ha lasciato intendere che, se dovesse essere riconfermato, la valutazione sulla permanenza di Mediobanca nel capitale di Generali potrebbe essere riaperta, trattandosi di un asset piacevole ma non strategico per la sopravvivenza del gruppo.
Le parole di Lovaglio hanno l’effetto di complicare ulteriormente la vita al board uscente, il quale aveva escluso il ceo proprio per evitare rischi reputazionali legati al prolungarsi delle indagini. È una mossa calcolata per attirare il voto di quei fondi sovrani e istituzionali – come Blackrock, Norges Bank e Vanguard – che l’anno scorso avevano sostenuto la scalata a Mediobanca; quei medesimi fondi, che insieme controllano circa il 12% del capitale, non hanno gradito il clima di incertezza generato dalle spaccature interne e potrebbero vedere nella continuità del management l’unica garanzia per la realizzazione dei 700 milioni di sinergie promesse agli azionisti.
Il silenzio di Glass Lewis e l’incognita del voto selettivo
Mentre Lovaglio alza i toni della campagna acquisti, il quartier generale di Rocca Salimbeni trattiene il fiato in attesa delle indicazioni di Glass Lewis; il proxy advisor, che in passato (in occasione dell’aumento di capitale per Mediobanca) si era dimostrato più morbido di Iss nei confronti del manager, potrebbe rappresentare l’ago della bilancia per quella fetta del 60% di azionariato diffuso che ancora non ha sciolto le riserve. La partita, tuttavia, è resa ancora più insidiosa dalla meccanica del voto: se da un lato Iss ha raccomandato di sostenere la lista del cda (pur chiedendo di bocciare alcuni membri come il presidente Maione), dall’altro la lista Tortora avverte che un voto selettivo di questo tipo spalancherebbe le porte a un cda decapitato, senza un presidente certo e con un amministratore delegato la cui nomina resterebbe in bilico. La replica di Plt Holding è stata fulminea: in una lettera inviata ai soci, Tortora ha definito “difficile da individuare” la coerenza logica delle raccomandazioni della concorrenza, sostenendo che solo una vittoria piena della propria lista garantirebbe “una leadership operativa fin dal primo giorno”.
L’avvicinarsi della “record date” del 2 aprile (il giorno che stabilisce chi ha titolo per votare) ha accentuato la pressione su tutti gli attori in campo. Sebbene Bce e Consob abbiano dato il via libera a tutte e tre le liste in lizza, rimane sullo sfondo l’ombra degli esposti presentati dall’istituto contro la candidatura di Lovaglio, accusato di non aver preventivamente comunicato l’accordo con Tortora al consiglio di amministrazione. Il presidente Nicola Maione e il comitato nomine, pur riconoscendo i “riconosciuti meriti manageriali” di Palermo, devono fare i conti con la realtà dei numeri: il mercato non ha gradito l’esclusione del risanatore, e il titolo ha accusato il colpo perdendo terreno in avvio di seduta. Se il parere di Glass Lewis dovesse risultare favorevole a Lovaglio, l’effetto potrebbe essere quello di un assist perfetto per il manager lucano, che sogna di completare l’opera proprio nel giorno dell’assemblea del 15 aprile.




