L’ombra dell’hantavirus sulla mv Hondius: l’Argentina e quel focolaio che viene dalla terra

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La mv Hondius, nave da crociera battente bandiera olandese, resta avvolta nel silenzio dell’Atlantico. Se i superstiti sono stati fatti sbarcare e qualcuno è ancora in quarantena in Sudafrica, le domande cruciali – quelle che gli investigatori argentini cercano di sciogliere ormai da giorni – restano senza risposta. Come ha fatto il temibile virus Andes, quel ceppo di hantavirus capace – a differenza di altri – di trasmettersi anche da uomo a uomo, a insinuarsi tra le cabine e i corridoi della nave? E chi lo ha portato a bordo? L’ipotesi-guida, la più classica delle storie pandemiche, punta il dito contro una coppia di turisti: lui settantenne, lei di un anno più giovane, entrambi olandesi, partiti mesi prima per un lungo viaggio on the road in Sudamerica. La loro traccia, fatta di soste e confini valicati, è ora il filo conduttore di un'inchiesta che coinvolge tre nazioni.

Il virus dei roditori che cammina tra le persone

Ciò che trasforma questo focolaio in un’eccezione epidemiologica è la natura stessa del protagonista. Normalmente, l’hantavirus si contrae per via aerea, inalando polvere contaminata da urine o feci di roditori infetti. Ma il ceppo Andes, sequenziato dai laboratori sudafricani sui campioni dei passeggeri, ha già dimostrato in passato di possedere una capacità rara: quella di passare da un individuo all’altro attraverso contatti molto stretti e prolungati. Non è il Covid, sia chiaro: la trasmissione non è efficiente né facile, ma in un ambiente ristretto come quello di una nave – dove le persone condividono la cabina per giorni – il rischio concreto esiste. È per questo che l’Oms, attraverso Maria Van Kerkhove, ha parlato apertamente di possibile trasmissione secondaria a bordo, pur mantenendo come ipotesi primaria il contagio avvenuto a terra prima dell’imbarco. I numeri, al momento, parlano chiaro: sette casi identificati, cinque confermati in laboratorio, tre decessi. Un bilancio pesante, considerata la letalità di questo virus che, nella corsa contro la sindrome polmonare che scatena, lascia poche vie di scampo.

Lo Spallanzani e la sorveglianza europea

Mentre la nave prosegue la sua rotta verso il porto di Granadilla de Abona, a Tenerife, la macchina della sanità pubblica europea si è messa in moto. E qui l’Italia gioca un ruolo tutt’altro che marginale. L’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, attraverso il suo Laboratorio di Virologia, è stato coinvolto in prima linea nelle attività di supporto tecnico-scientifico. L’istituto, va ricordato, è parte attiva del consorzio dei Laboratori di Riferimento Europei per la Sanità Pubblica (EURL-PH-ERZV), una rete che coordina la risposta ai virus emergenti e zoonotici. Fabrizio Maggi, direttore del Dipartimento di Epidemiologia dello Spallanzani, ha confermato la messa a disposizione di protocolli molecolari specifici per l’identificazione del ceppo Andes, oltre a competenze in biosicurezza per la gestione dei campioni biologici. Un lavoro silenzioso, quello dei laboratori, che si affianca al tracciamento dei contatti in tutta Europa: dalla Svizzera, dove un uomo è stato ricoverato a Zurigo, alla Francia, dove una persona potenzialmente esposta è sotto sorveglianza, fino alla Germania.

Le rotte della coppia olandese e il giallo di Ushuaia

Se il virus è salito a bordo, il luogo del primo contagio è ancora un rebus. Le autorità argentine, incalzate dalle richieste di chiarimento, hanno ricostruito i movimenti della coppia deceduta con la precisione di un orologio: arrivati in Argentina il 27 novembre del 2025, hanno viaggiato in auto per quaranta giorni, hanno varcato il confine cileno il 7 gennaio, sono tornati indietro, hanno toccato anche l’Uruguay prima di reimbarcarsi a Ushuaia il 1° aprile. Troppi spostamenti, troppi territori dove il virus Andes circola endemicamente (basti pensare che l’Argentina ha registrato 101 infezioni dall’inizio della stagione epidemiologica). La voce, circolata insistentemente, di una possibile esposizione durante un’escursione di birdwatching vicino a una discarica di Ushuaia è stata però smentita dalle autorità provinciali della Terra del Fuoco: da loro non hanno notizie di casi in quella zona, anzi, nessuna segnalazione dal lontano 1996. Un silenzio epidemiologico che rende ancora più oscura la dinamica. L'unica certezza, al momento, è che il ceppo sequenziato è quello andino e che la coppia – con la loro lunga traversata – rappresenta l’anello mancante più logico.

L’attesa a Tenerife e le quarantene in arrivo

L’epilogo di questa vicenda si giocherà nelle prossime ore a Tenerife. La mv Hondius è attatta domenica nel porto dell’isola, anche se lo sbarco non sarà una procedura semplice: i passeggeri spagnoli (una quindicina) verranno trasferiti in un ospedale militare a Madrid per una quarantena che potrebbe durare fino a 45 giorni, dato l’eccezionale periodo di incubazione del virus. Il resto dei turisti, cittadini di oltre venti nazionalità diverse, verranno imbarcati su voli di rimpatrio. Molti di loro, però, dovranno osservare misure di isolamento una volta tornati a casa: la Gran Bretagna, per esempio, ha già annunciato che pretenderà 45 giorni di autoisolamento per i propri cittadini reduci dalla crociera. Resta il dato di fondo, che gli esperti ripetono come un mantra per evitare allarmismi, e cioè che il rischio per la popolazione generale resta molto basso. Ma per i diretti interessati, quelli chiusi in una cabina o in una stanza d’ospedale in attesa di un verdetto, il confine tra una spedizione da sogno e un incubo sanitario si è fatto improvvisamente sottile.

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