La ricostruzione del viaggio della coppia olandese e i siluri del ministero sulla “crociera dell’inferno”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Le autorità sanitarie argentine hanno chiuso il cerchio sull’itinerario della coppia di coniugi olandesi – lui e lei, entrambi deceduti nel focolaio di hantavirus scoppiato a bordo della Mv Hondius – stabilendo una chiara compatibilità tra il loro lungo peregrinare e il contagio, quasi certamente contratto in una delle zone storicamente endemiche del temibile ceppo andino. La coppia, che risultava tra i primi passeggeri a manifestare i sintomi a bordo dell’imbarcazione, non aveva però iniziato la propria avventura quel primo aprile a Ushuaia, quando la nave salpò per quello che doveva essere un viaggio di lusso tra i ghiacci antartici. Al contrario, i due avevano già macinato migliaia di chilometri via terra toccando, nei mesi precedenti, Cile, Uruguay e l’Argentina stessa, un movimento incessante che ha complicato non poco la ricostruzione epidemiologica.

Il ministero della Salute argentino, in una nota diffusa nelle scorse ore, ha infatti dettagliato l’intera odissea sudamericana della coppia: arrivati nel Paese il 27 novembre, i due avevano percorso in auto per quaranta giorni il territorio argentino prima di varcare il confine cileno il 7 gennaio. Durante questo tour, che gli inquirenti descrivono come un viaggio on the road durato complessivamente mesi, si legge che il 31 gennaio i due fecero ingresso nella provincia di Neuquén – una delle aree calde per la presenza del hantavirus Andes – per poi spostarsi nuovamente in Cile e fare ritorno in Argentina attraverso Mendoza. Un viavai incessante proseguito fino al 27 marzo, quando finalmente rientrarono in Argentina per dirigersi a Ushuaia, dove il primo aprile si sarebbero imbarcati sulla Mv Hondius.

Le zone endemiche e l’ipotesi della discarica di Ushuaia

Proprio questa lunga esposizione territoriale – sebbene gli investigatori non possano escludere con certezza matematica che il contagio sia avvenuto nella Terra del Fuoco, una regione che tecnicamente non ha mai registrato casi autoctoni di hantavirus dal 1996 – è ciò che ha orientato le indagini verso la cosiddetta “zona andina”. E mentre il personale dell’Istituto Malbrán si prepara a raggiungere Ushuaia per avviare operazioni di cattura e analisi dei roditori nei luoghi frequentati dai passeggeri, emerge con forza un’altra pista investigativa, forse la più inquietante per chi aveva sognato una vacanza da sogno. Secondo quanto riportato da due funzionari argentini citati dall’agenzia Associated Press, l’inizio dell’incubo potrebbe essere stato un’innocua, all’apparenza, sessione di birdwatching: la coppia olandese avrebbe partecipato a un’escursione nei pressi di una discarica nella zona di Ushuaia, dove molto probabilmente è avvenuto il primo contatto con i roditori infetti.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel frattempo, ha messo nero su bianco la pericolosità specifica del patogeno in circolazione sulla Hondius confermando ufficialmente che si tratta del ceppo “Andes”, una mutazione particolarmente subdola perché capace – a differenza di altre varianti di hantavirus che restano confinate ai roditori – di trasmettersi da uomo a uomo. È questa la discriminante che ha trasformato la lussuosa imbarcazione in una trappola a tenuta stagna: la promiscuità degli spazi e la prolungata convivenza a bordo, fattori che in condizioni normali avrebbero favorito la socialità tra i ricchi turisti, hanno invece creato il substrato ideale perché il virus saltasse da un passeggero all’altro aggirando la tradizionale barriera degli animali serbatoio.

Il bilancio tragico e la gestione internazionale del focolaio

Al momento, come confermato dalla stessa Oms e dal ministero della Sanità spagnolo – che sta coordinando le operazioni di sbarco a Tenerife – il bilancio complessivo parla di otto casi ufficialmente collegati al focolaio, un numero purtroppo destinato a pesare particolarmente per l’elevata letalità che questo virus manifesta in forma respiratoria. Tre sono i decessi accertati, tra cui proprio i due coniugi olandesi che avevano viaggiato indisturbati per mesi tra i tre Paesi sudamericani e una cittadina tedesca. Una delle vittime è deceduta dopo essere stata tragicamente protagonista di un episodio rivelatore della gravità della situazione: il passeggero, che avrebbe dovuto rimpatriare a bordo di un volo Klm da Johannesburg verso Amsterdam, fu letteralmente fatto scendere dall’aereo prima del decollo perché le sue condizioni di salute in quel momento erano già talmente critiche da indurre il comandante a interrompere il viaggio.

Oltre ai decessi, si contano al momento un uomo ricoverato in isolamento all’ospedale universitario di Zurigo – risultato positivo al test dopo essere sceso dall’imbarcazione a Santa Elena – e un altro paziente in condizioni gravissime, attualmente in terapia intensiva in Sudafrica. Le autorità svizzere, pur confermando il ricovero, hanno subito cercato di ridimensionare l’allarme sociale sottolineando che, sebbene il ceppo Andes sia trasmissibile tra umani, ciò avviene solo attraverso contatti fisici molto stretti e prolungati, circostanze che rendono il rischio per la popolazione generale “basso”. Nel Regno Unito, invece, l’agenzia per la sicurezza sanitaria (Ukhsa) ha invitato due cittadini rientrati dalla crociera a mettersi in autoisolamento, sebbene entrambi risultino al momento asintomatici, e sta fornendo supporto a un piccolo numero di contatti stretti identificati sul territorio britannico.

Le operazioni in mare e il destino dei passeggeri verso le Canarie

Mentre sulla terraferma si corre ai ripari per intercettare chi è già sceso dalla nave prima del picco dei contagi – una procedura complessa che coinvolge ormai mezza Europa, dalla Francia alla Germania – la Mv Hondius prosegue la sua navigazione verso l’arcipelago delle Canarie, dove è stato allestito un vero e proprio corridoio umanitario e sanitario sotto l’egida della Spagna. La ministra della Sanità spagnola, Mónica García, ha spiegato che l’operazione di sbarco a Tenerife è stata concordata direttamente con il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, dopo che è emersa l’impossibilità per Capo Verde – iniziale destinazione della rotta – di gestire una crisi epidemiologica di tale portata. L’accordo prevede che i casi sintomatici non metteranno piede su suolo spagnolo: verranno evacuati direttamente da Capo Verde tramite aeromobili medicalizzati e trasferiti in ospedali di alto isolamento nei Paesi d’origine.

Solo i passeggeri asintomatici, considerati contatti stretti, arriveranno invece nel porto di Granadilla de Abona, dove li attende un protocollo rigidissimo: sbarcheranno solo per essere trasferiti direttamente all’aeroporto – senza alcun contatto con la popolazione civile – per poi essere rispediti a casa. Tra questi, particolare attenzione è riservata ai quattordici cittadini spagnoli presenti a bordo, che verranno trasportati in un bus scortato fino all’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid per scontare la quarantena sotto controllo militare. Nessun italiano, hanno assicurato fonti del ministero della Salute, risulta attualmente tra i passeggeri della “crociera dall’inferno”, anche se la sorveglianza epidemiologica resta attivata su tutti i fronti.

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