I super ricchi chiedono più tasse, mentre a Davos la frattura atlantica frena la ricostruzione ucraina
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Redazione Esteri
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Il paesaggio umano del World Economic Forum, radunato tra le montagne svizzere, riflette oggi tensioni geopolitiche che appaiono insanabili, tanto da bloccare persino un annuncio atteso come quello sul piano di ricostruzione per l’Ucraina, il cui valore ammonterebbe a ottocento miliardi di dollari. Proprio mentre un gruppo di quasi quattrocento milionari e miliardari, provenienti da ventiquattro Paesi diversi e comprendenti personalità come l’attore Mark Ruffalo e il musicista Brian Eno, sollecita attraverso una lettera aperta un aumento della tassazione per le grandi ricchezze, la macchina della diplomazia internazionale mostra qui tutta la sua fragilità. Il rinvio di quell’annuncio, come riportato dal Financial Times, è infatti la diretta conseguenza di divergenze profonde tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Unione Europea, le quali vertono, in una complessa partita a più tavoli, anche sulla questione groenlandese e su un Board of peace per Gaza promosso dagli americani.
L’ombra della discordia atlantica
La partecipazione fuori programma del presidente statunitense Donald Trump, che è tornato a farsi vedere dopo quattro anni di assenza, ha gettato un’ombra lunga sull’intero vertice, minando quel patto transatlantico che per otto decenni ha costituito l’architrave dell’ordine occidentale. Se il crollo del blocco sovietico fu simbolicamente sancito dalla caduta del Muro di Berlino, l’erosione dell’alleanza con gli Stati Uniti si sta consumando, in modo meno plateale ma non per questo meno grave, proprio tra i corridoi e gli incontri di Davos. Una frattura che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha percepito con tale chiarezza da dubitare fortemente di presenziare al forum, intravedendo in quelle divisioni una forma di presa in giro nei confronti della nazione che, da quattro anni, resiste a un’aggressione militare su vasta scala.
Il ritorno russo e lo slittamento dei fondi
In questo quadro di crescente disunione, paradossalmente, è invece tornata a farsi vedere la Russia, rappresentata da una figura come Kirill Dmitriev – un uomo formatosi nelle élite finanziarie occidentali ma oggi negoziatore per conto di Vladimir Putin – il quale ha colto l’occasione per ironizzare, tra le nevi di Davos, sul presunto “collasso del globalismo”. La sua presenza, quasi una beffa, si contrappone allo stallo sul fronte del sostegno a Kiev, dove il piano finanziario da ottocento miliardi, atteso da molti come un segnale di speranza concreta, è stato messo in pausa sine die. Lo slittamento, tecnicamente, è causato dai disaccordi sulla Groenlandia e sulla proposta statunitense per Gaza, ma riflette in realtà una frattura strategica più ampia, che impedisce alle potenze tradizionalmente alleate di trovare un terreno comune nemmeno di fronte a una guerra che ha sconvolto il continente europeo.
Una richiesta che arriva dall’alto
In controtendenza con le lacerazioni politiche, la lettera firmata da alcuni dei più abbienti del pianeta costituisce un elemento di notevole interesse, poiché proviene da coloro che sarebbero i primi a subire le conseguenze dell’aumento fiscale che chiedono. La loro richiesta, avanzata pubblicamente mentre i leader mondiali si riuniscono, aggiunge un ulteriore strato di complessità al dibattito su giustizia sociale e sostenibilità economica, temi cardine del forum. Tuttavia, anche questa iniziativa rischia di rimanere un fatto isolato, uno tra i tanti documenti prodotti a Davos, se le grandi potenze non saranno in grado di superare le loro divergenze su questioni che, dalla Groenlandia al Medio Oriente fino all’Ucraina, stanno ridefinendo gli assetti globali in modo drammatico e imprevedibile.




