Davos 2026, lo scenario globale si ridefinisce tra nuovi patti e dialoghi per la pace

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria tersa delle montagne svizzere, che spesso sembra sospesa fuori dal tempo, quest’anno a Davos ospita un fermento politico destinato a lasciare il segno. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aprendo i lavori del World Economic Forum, ha infatti siglato con gesto plateale lo Statuto del Board of Peace, un organismo che raccoglie, tra gli altri, il consenso di figure come Viktor Orbán – unico leader europeo a sottoscriverlo – e del presidente argentino Javier Milei. Un’iniziativa, quella del Board, che si propone di tracciare una via alternativa ai tradizionali canali diplomatici e che, come un fiume carsico, scorre parallela agli altri negoziati in corso. Gli Stati Uniti, del resto, hanno già avviato con la Danimarca una rinegoziazione dell’accordo di difesa sulla Groenlandia del 1951, una mossa che – secondo quanto trapela da fonti vicine ai colloqui tra Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte, sempre a Davos – rientra in una più ampia ridefinizione degli impegni strategici americani.

Le mosse sullo scacchiere euro-atlantico

Proprio le relazioni transatlantiche, peraltro, costituiscono il nervo scoperto di questa edizione del Forum. L’Unione Europea, sebbene Trump abbia ritirato la minaccia di dazi punitivi contro otto Paesi membri per il loro invio di militari in Groenlandia, ha confermato la convocazione di un Consiglio straordinario dei capi di Stato e di governo. L’agenda, significativamente, resta focalizzata sugli sviluppi nei rapporti con Washington e sulle loro implicazioni per il futuro del continente, a dimostrazione di una cautela che non si placa nonostante le aperture formali. Di fronte a questo scenario, il leader tedesco ha dichiarato che “se l’America minaccia, l’Europa resisterà”, sottolineando una determinazione che pare ormai consolidata dopo le recenti turbolenze.

Il dialogo con Mosca e il nodo ucraino

Mentre i grandi temi economici e geopolitici venivano dibattuti nelle sale del Congress Centre, una missione meno visibile ma non per questo meno cruciale prendeva il via: l’inviato speciale Steve Witkoff, accompagnato da Jared Kushner, è partito alla volta della Russia per un incontro con Vladimir Putin. Un viaggio che getta un’ombra di mistero, ma che appare funzionale alle complesse manovre in atto. A Davos, intanto, si è consumato l’atteso faccia a faccia tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, giunto in Svizzera per questo preciso obiettivo. Al termine del colloquio, definito “buono” dall’inquilino della Casa Bianca, Trump si è limitato ad affermare che “la guerra deve finire”, precisando come non si sia discusso del neonato Board of Peace, quasi a tenere separati i due piani d’azione.

Verso un negoziato a tre

Zelensky, dal canto suo, ha fornito un elemento concreto annunciando che il primo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina si terrà negli Emirati Arabi Uniti, aggiungendo, non senza una vena di ironia, di sperare che gli ospiti emiratini ne siano a conoscenza perché “a volte riceviamo delle sorprese da parte americana”. Un commento che rivela le asperità di un percorso negoziale tutt’altro che lineare. Il presidente ucraino ha comunque definito “positivo” l’incontro con Trump a Davos e ha rivelato che i documenti volti a porre fine al conflitto sono quasi pronti, un dato che – se confermato – potrebbe segnare una svolta epocale dopo anni di combattimenti. La diplomazia, in queste ore, sembra dunque muoversi su binari multipli e intricati, dove l’esito di un tavolo può influenzare la posta in gioco dell’altro, mentre la comunità internazionale trattiene il fiato in attesa degli sviluppi.

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