Ebola, la furia di Rwampara: data alle fiamme la clinica per il lutto negato
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Redazione Salute
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Non basta l’epidemia più violenta degli ultimi anni a tenere a freno l’ira di una popolazione stremata. A Rwampara, nel Congo orientale, alcuni residenti hanno dato fuoco a un centro di cura per l’ebola dopo che era stato loro impedito di recuperare il di un uomo del posto, deceduto – secondo le autorità sanitarie – a causa del virus. Secondo quanto riferito da un testimone ai media internazionali, si tratterebbe di alcuni giovani che, mentre cercavano di portare via la salma di un amico, sono letteralmente impazziti di rabbia di fronte al rifiuto opposto dagli operatori: un gesto, quest’ultimo, dettato dai rigidi protocolli di sicurezza che vietano la restituzione delle salme infette per evitare che il contagio si propaghi attraverso i riti funebri.
La rabbia per il negato e la distruzione delle tende
L’incidente è avvenuto nei pressi dell’ospedale generale di Rwampara, struttura che nella provincia di Ituri rappresenta uno dei pochi baluardi nella lotta contro la febbre emorragica. Qui, familiari e amici di un giovane deceduto (si ipotizza per ebola, anche se al momento le analisi sono ancora in corso) hanno tentato di appropriarsi del per dargli sepoltura secondo le usanze locali, scontrandosi con il personale medico. La situazione è rapidamente degenerata: la folla ha cominciato a lanciare pietre e proiettili di fortuna, per poi appiccare il fuoco alle tende che fungevano da reparto di isolamento. Alcune fonti riportano che le forze di polizia, intervenute per riportare la calma, abbiano fatto ricorso a spari di avvertimento e gas lacrimogeni, mentre il personale umanitario – comprensibilmente atterrito – è stato costretto a mettersi in salvo sotto scorta militare.
Rischio molto elevato e numeri drammatici
Mentre la polvere da sparo si mescolava al fumo delle tende incendiate, l’Organizzazione Mondiale della Sanità alzava il livello di allerta. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha rivisto al rialzo la classificazione del rischio in Congo, portandolo da “alto” a “molto elevato”: un cambiamento che riflette la rapidità con cui il virus si sta spostando tra le province. I dati parlano chiaro, anche se molti restano ancora incerti: si contano circa 750 casi sospetti e almeno 177 decessi che si ipotizza siano riconducibili al morbo, numeri destinati a crescere se si considera che il virus – stando alle ricostruzioni epidemiologiche – circolava silenziosamente da diversi mesi prima ancora che la prima vittima venisse ufficialmente registrata a fine aprile.
La tensione insicurezza e una variante senza vaccino
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé drammatico, c’è la natura stessa di questa epidemia. A differenza di focolai precedenti, il ceppo individuato è il Bundibugyo, una variante per la quale – al momento – non esiste ancora un vaccino approvato né una terapia specifica. Un dettaglio non da poco, che costringe gli operatori a fare affidamento esclusivamente sull’isolamento dei pazienti e sul tracciamento dei contatti. La guerra civile, poi, non aiuta: la provincia di Ituri è martoriata da anni di conflitti e sfollamenti, condizioni che rendono quasi impossibile raggiungere le aree più remote. E così, tra sospetti e disinformazione (c’è chi, tra la popolazione, è ancora convinto che “l’ebola sia un’invenzione dell’uomo bianco”), gli operatori sanitari si trovano a dover arginare un fiume in piena con le sole mani, spesso nudi di fronte a una violenza che rischia di vanificare ogni sforzo internazionale.




