Il caso Garlasco in tv: la coincidenza del DNA che fa tremare la condanna di Stasi
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Redazione Interno
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I riflettori televisivi del programma “Mattino Cinque”, nella puntata andata in onda lunedì 27 aprile, hanno restituito un’istantanea paradossale del delitto di Garlasco. Se da un lato, infatti, l’attenzione mediatica sembra catalizzata dalla possibilità che Alberto Stasi possa ottenere la libertà prima ancora di un eventuale nuovo processo, dall’altro emergono dettagli tecnici che rischiano di minare le fondamenta stesse della sentenza passata in giudicato. Si tratta di una coincidenza numerica, quasi grottesca nella sua precisione, che ha riacceso i riflettori sulla regolarità delle prove regine: il DNA.
La “coincidenza” dei 2,78 nanogrammi
Il dettaglio più disturbante emerso nel corso della trasmissione condotta da Federica Panicucci riguarda una quantità infinitesimale, eppure identica, di materiale genetico. Parliamo di 2,78 nanogrammi di DNA, una cifra che secondo i consulenti della Procura di Pavia sarebbe stata rilevata su due reperti distinti e cruciali per l’accusa. Il primo è il DNA di Chiara Poggi trovato sui pedali della bicicletta di Stasi, un elemento che contribuì a inchiodare l’allora fidanzato alla scena del crimine. Il secondo è lo stesso DNA della vittima, ma rinvenuto su un cucchiaino usato per la colazione nella villetta di Garlasco.
La comunità scientifica, chiamata a rivalutare gli atti, parla di una corrispondenza “quasi impossibile” da ottenere senza un’anomalia procedurale. Lo stesso genetista incaricato delle nuove consulenze avrebbe definito il dato come matematicamente sospetto, alimentando l’ipotesi – mai dichiarata ufficialmente ma ormai invocata dalla difesa – di un possibile scambio di provette o di una contaminazione involontaria nei laboratori. Se questa tesi dovesse trovare conferma, uno dei pilastri indiziari su cui si è retta la condanna di Stasi crollerebbe sotto il peso di un errore materiale.
La svolta della Procura e il vertice milanese
A rendere queste nuove analisi non più solo chiacchiere da salotto televisivo ma carta ufficiale da Tribunale è stato l’incontro avvenuto pochi giorni fa tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni. Durante il summit, gli inquirenti pavesi hanno formalmente manifestato la loro convinzione: l’esecuzione della pena per Stasi dovrebbe essere sospesa perché il condannato, secondo le nuove evidenze scientifiche (tra cui la rideterminazione dell’orario della morte a opera della professoressa Cristina Cattaneo), non si trovava sulla scena dell’omicidio.
La procuratrice generale Nanni, pur riconoscendo la portata delle istanze, ha subito frenato gli entusiasmi. La magistrata ha spiegato che l’analisi dei documenti trasmessi da Pavia “non sarà né facile né veloce”, imponendo una pausa di riflessione tecnica prima di decidere se investire formalmente la Corte d’Appello di Brescia. Tuttavia, la valutazione dell’enorme mole di atti raccolti dalla nuova inchiesta – che coinvolge anche il nome di Andrea Sempio, amico della famiglia della vittima – procede spedita.
L’avvocato sentenzia: “Il caso è chiuso”
Nel caos dei dati scientifici contrastanti e degli iter burocratici, è intervenuta una voce netta che ha tagliato corto con ogni ipotesi dilatoria. Intervistato nel corso della stessa trasmissione, l’avvocato Fabrizio Gallo – figura nota al seguito della vicenda – ha rilasciato una dichiarazione che suona come un epitaffio per il processo a Stasi. “Il caso Garlasco è chiuso”, ha sentenziato il legale, aprendo la finestra su uno scenario in cui le indagini suppletive condotte dalla Procura di Pavia hanno ormai esaurito il loro scopo.
Questo giudizio secco non fa che riverberare lo stato di avanzamento delle indagini parallele. Mentre la difesa di Stasi chiede la revisione a gran voce, gli inquirenti hanno ormai spostato il mirino su altri soggetti. Gallo fa implicitamente riferimento alla fine delle attività investigative nei confronti di Alberto, considerato ormai estraneo alla dinamica delittuosa sulla base delle nuove perizie genetiche e temporali. Un’affermazione, questa, che restituisce alla perfezione il paradosso attuale: Stasi si trova ancora in cella a Bollate, ma la macchina giudiziaria che lo ha condannato sembra aver già voltato pagina, concentrandosi su nuovi profili di colpevolezza.
La distinzione tra i due binari giudiziari
Per comprendere l’evoluzione della vicenda, è necessario separare concettualmente i due piani su cui si muovono i magistrati. Da una parte c’è la posizione di Andrea Sempio, il giovane finito nel mirino degli inquirenti per il ritrovamento del suo profilo genetico sotto le unghie di Chiara Poggi, un elemento questo che la Procura considera dirimente. Dall’altra parte, invece, c’è il destino di Alberto Stasi, la cui istanza di revisione procede su un binario autonomo.
Proprio per scongiurare il rischio di un cortocircuito logico – come paventato da alcuni legali che parlano di possibile “mostruosità” processuale – i conduttori di “Mattino Cinque” hanno tenuto a precisare che la richiesta di revisione per il condannato non dipende dall’esito del procedimento a carico di Sempio. Se la Corte d’Appello di Brescia dovesse ammettere la revisione, Stasi potrebbe tornare libero in attesa del nuovo giudizio, indipendentemente da ciò che accadrà all’altro indagato.




