Petrolio sopra 100 dollari e sequestri a Hormuz, la Borsa di Milano regge grazie a Stm

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non bastava la pressione inflazionistica o il rallentamento dell’economia tedesca, registrato da ultimo da un Pmi sceso in territorio di contrazione -1, a frenare gli umori di Piazza Affari. È stata la cronaca nera della geopolitica – con il suo carico di navi sequestrate in uno dei punti più nevralgici per l’approvvigionamento energetico – a dettare il ritmo della seduta odierna, disponendo gli indici europei su un’apertura sostanzialmente negativa. Lo Stretto di Hormuz, si sa, è una sorta di aorta del commercio mondiale del greggio; e quando il flusso viene interrotto dalle guardie della Rivoluzione iraniana, il prezzo del Brent non può che schizzare verso l’alto, superando agilmente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.

In questo clima di tensione, che vede le forze iraniane fare fuoco su tre navi in uscita dallo Stretto sequestrandone due -9, il listino milanese ha dimostrato quella resilienza che lo contraddistingue nei momenti di crisi internazionale, contenendo il ribasso entro frazioni percentuali irrisorie. Il Ftse Mib, nonostante le pressioni sui comparti più tradizionali come quello del risparmio gestito o del lusso – con Moncler che arretra in modo significativo mentre gli operatori riconsiderano le esposizioni al rischio sui consumi globali -1 – ha viaggiato sostanzialmente sulla parità. C’è un però, e non è da poco: il risultato è stato trainato unicamente dal comparto tecnologico, o meglio, da un singolo titolo.

Il caso Stm, un trimestre da manuale che sfida il barile

Se l’intero paniere regge, il merito (o quasi tutto) va ascritto a Stmicroelectronics. Il colosso dei semiconduttori ha archiviato il primo trimestre con ricavi per 3,1 miliardi di dollari e un margine operativo che ha lasciato a bocca aperta gli analisti, i quali si aspettavano una performance ben più compassata. Questo scostamento positivo, unito a un outlook per il trimestre in corso che tradisce le attese di mercato, ha innescato una corsa forsennata del titolo, arrivato a guadagnare fino all’8% in piena seduta. È un segnale potente, questo, perché racconta di un’azienda che, approfittando della normalizzazione delle scorte nella distribuzione, riesce a viaggiare controcorrente mentre l’orizzonte si oscura.

Tuttavia, a uno sguardo più attento e meno superficiale, l’indice principale sembra aver perso quella brillantezza propulsiva vista nelle settimane precedenti, quando le banche spingevano la gamba dell’acceleratore. Oggi, le quotazioni del Ftse Mib si muovono come un’auto in folle: il motore è acceso, ma non si va da nessuna parte, oscillando tra un minimo intraday (annotato poco sopra i 47.500 punti) e un massimo che fatica a superare la soglia dei 47.900. Questa fase di stallo laterale, come la definirebbe un trader di professione, restituisce l’immagine di un mercato in apnea, in attesa che qualcuno – sia esso Trump o l’Ayatollah – faccia un passo indietro o in avanti.

Spread e materie prime, il prezzo della paura vola

C’è un dato, però, che non mente mai sullo stato di salute della percezione del rischio Italia: lo spread tra Btp e Bund. Basti osservare il movimento odierno per accorgersi che la tensione è palpabile, con il differenziale salito oltre quota 78 punti base e il rendimento del decennale nostrano che schizza al 3,8%. Gli investitori, insomma, chiedono un premio più alto per finanziare lo Stato italiano, proprio mentre il governo si trova a dover fare i conti con una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Una tempesta perfetta, se vogliamo, dove il costo dell’energia che schizza in alto mette ulteriormente in crisi le imprese energivore del distretto industriale.

Non si può poi ignorare il controcanto dei listini europei, altrettanto fragili. Francoforte arretra, Londra segue a ruota e Parigi – che pure prova a tenere – non riesce a infondere quella fiducia necessaria a invertire la rotta. Il vecchio continente, a differenza di Wall Street che naviga ancora su livelli record grazie alla solidità dei bilanci a stelle e strisce, sconta in pieno la sua dipendenza dalle materie prime importate. E così, mentre le petroliere vengono deviate o fermate in mezzo all’oceano Indiano dalle marine militari -8, l’Europa stringe i denti. A Milano, la tenuta del Ftse Mib è quasi un miracolo di borsa, costruito sulla forza di un unico gigante dei chip e sulla resilienza, sempre a metà tra l’eroismo e l’incoscienza, dei suoi investitori.

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