Hamilton e il “gap enorme” dalla Mercedes: a Suzuka il sesto posto che sa di brusco risveglio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La domenica giapponese, quella che doveva essere la conferma della svolta dopo il podio in Cina, si è trasformata per Lewis Hamilton in un pomeriggio di amara amministrazione. Sul tracciato di Suzuka, il sette volte iridato ha concluso le qualifiche con il sesto tempo, una posizione che, al netto della festa per la prima pole position consecutiva del giovanissimo italiano Kimi Antonelli, restituisce l’immagine di una Ferrari ancora in bilico tra ambizioni e una realtà tecnica che preoccupa. Il britannico, ascoltato dai microfoni di Sky Sport, non ha usato giri di parole nel descrivere lo iota che lo separa dalla vettura di Brackley, un divario che ha definito “enorme” e che rischia di compromettere le ambizioni di un campionato già segnato da un predominio Mercedes difficile da scalfire.
A complicare ulteriormente il quadro, nelle dichiarazioni rilasciate a caldo, è emerso un vero e proprio giallo legato al software della sua SF. Secondo quanto ricostruito, un’anomalia nell’erogazione della potenza – un “algoritmo impazzito” per usare una metafora cara ai tecnici – ha frenato la rincorsa di Hamilton proprio nel momento cruciale della sessione cronometrata. Se Leclerc ha fatto eco al malumore generale ammettendo un certo grado di delusione per le sensazioni avute dalla vettura, Hamilton ha specificato come la questione non sia imputabile esclusivamente al motore. “L’erogazione di potenza determina una gran parte del tempo – ha spiegato – ma loro sono molto veloci anche nel primo settore, il che significa che le nostre prestazioni sono sotto anche a livello di macchina”. In pratica, il passo indietro rispetto alla vettura di Antonelli e Russell si manifesta sia in rettilineo che nelle sezioni guidate, una doppia debolezza che rende la rimonta proibitiva.
L’incognita power unit e l’appello per Miami
La gara di Suzuka, al di là del risultato cronometrico, ha messo in luce una vulnerabilità strutturale della power unit Ferrari. Nel corso del secondo stint, quello che dove essere il momento della rimonta, Hamilton si è trovato inspiegabilmente a corto di cavalli, costretto a difendersi dagli attacchi di Charles Leclerc e George Russell più che a pensare a un assalto alla vettura che lo precedeva. “Oggi mi mancava tanta potenza”, ha confessato, sottolineando come la sensazione di guidare “difendendosi” sia stata la costante di una corsa definita quasi “terribile”. La gestione del fronte energia, un aspetto cruciale con le nuove normative, è diventata così un’ossessione per il box di Maranello.
La speranza, ora, è legata agli sviluppi tecnici previsti per il Gran Premio di Miami. Il team principal Frederic Vasseur avrebbe già messo nel mirino quella data come possibile punto di svolta, un’occasione per portare in pista aggiornamenti significativi alla power unit, magari sfruttando le maglie del regolamento ADUO che permette ai costruttori in difficoltà di recuperare terreno sulla power unit di riferimento. Hamilton, da parte sua, ha auspicato l’arrivo di un propulsore nuovo per la tappa in Florida, consapevole che senza un incremento sostanziale di prestazione lineare, il gap dalla Mercedes rischia di diventare incolmabile già a metà stagione.
Le ragioni del ritardo e l’analisi del primo settore
Analizzando a fondo i dati emersi dal fine settimana nipponico, emerge un dato tecnico che inchioda la Rossa alle sue responsabilità. Nonostante il pacchetto aerodinamico sia stato oggetto di continue messe a punto, la Ferrari perde costantemente terreno nel primo settore del circuito, una sezione che premia l’efficienza del retrotreno e la capacità di scaricare a terra la potenza senza generare sovrasterzo. Lo stesso Hamilton, nel corso del weekend, aveva lamentato la mancanza di feeling con la vettura proprio nelle sequenze veloci, un limite che gli ha impedito di attaccare le curve con la stessa fiducia mostrata dai rivali.
I numeri, in tal senso, sono impietosi: il distacco dalla Mercedes sulla striscia d’arrivo tocca quasi gli otto decimi, un abisso in una categoria in cui i decimi sono secondi, e anche il confronto diretto con il compagno di box Leclerc – distante solo 162 millesimi – non è servito a mascherare l’inefficienza generale della monoposto. La sensazione, ascoltando le comunicazioni radio e le interviste del dopo-qualifica, è che il potenziale della SF-26 sia ancora inespresso, intrappolato in un bilancio energetico che non riesce a valorizzare le doti di guida dei suoi interpreti. “Non si può dar tutta la colpa solo al motore”, ha ripetuto Hamilton, suggerendo che la soluzione non risiede in un singolo componente, ma in una rivisitazione dell’intera filosofia operativa del gruppo power unit.
La difesa del podio e la nuova gerarchia
Guardando alla griglia di partenza e alle gerarchie emerse a Suzuka, la Ferrari si conferma la seconda forza in pista, ma con un’asterisco pesante: il distacco dalla vetta è tale da relegare Hamilton e Leclerc in una sorta di “limbo agonistico”. L’episodio della Safety Car, che aveva illuso il pubblico di ferrari, ha solo rimandato l’inevitabile: una volta azzerati i distacchi, la mancanza di potenza in trazione ha permesso a Lando Norris e George Russell di passare il britannico con una facilità disarmante. Quella che doveva essere una caccia al podio si è trasformata in un controllo degli specchietti, con Hamilton costretto a gestire un ritmo che non gli apparteneva.
Se per Antonelli, con la sua seconda pole position consecutiva, l’orizzonte è colorato di argento e nero, per la Ferrari si riapre il capitolo delle grandi incompiute di questa prima parte di campionato. Le parole di Hamilton, seppur misurate, suonano come un avvertimento a tutta la dirigenza: il divario prestazionale è una variabile indipendente dalla volontà dei piloti, e per colmarlo serviranno interventi radicali, non semplici ritocchi. L’appuntamento con la verità è fissato per Miami, dove l’asfalto piatto e le lunghe accelerazioni potrebbero trasformarsi in una nuova condanna o, finalmente, in una riscossa.




