Cefpas, il sistema di potere e quelle consulenze ‘regalate’ su richiesta del deputato Gallo Afflitto
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Redazione Interno
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CALTANISSETTA. Tre anni di contestazioni formali, l’ultima appena quindici giorni fa, non sono bastati a fermare la macchina del consenso che ruotava attorno al Cefpas. Il centro di formazione per il personale sanitario, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Caltanissetta, sarebbe diventato di fatto una longa manus del deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto, per il quale i pubblici ministeri hanno formalizzato una richiesta di arresto per corruzione.
Le indagini, coordinate dal procuratore Salvatore De Luca e dalle sue sostitute, dipingono un sistema in cui appalti, incarichi dirigenziali e persino le assunzioni venivano decise non in base al merito, ma in cambio del sostegno politico necessario a mantenere in sedia il vertice dell’ente.
Il ‘miracolo’ laico di Sanfilippo e la spartizione delle poltrone
Al centro del meccanismo c’è la figura di Roberto Sanfilippo, all’epoca dei fatti direttore pro tempore del Cefpas. Secondo gli inquirenti, la sua spasmodica ambizione a restare aggrappato alla poltrona – nonostante il parere contrario dell’assessorato alla Sanità – lo avrebbe reso plasticamente disponibile ad assecondare le direttive del politico agrigentino.
“Solo Gesù può fare il miracolo”, avrebbe confidato Sanfilippo in una conversazione intercettata, riferendosi proprio all’influenza determinante di Gallo Afflitto per la sua riconferma nell’organigramma regionale dopo il passaggio di consegne tra i governi Musumeci e Schifani. In cambio di quella che lui stesso definiva una grazia divina, Sanfilippo avrebbe asservito i poteri del suo ufficio, concordando con il deputato una lunga lista di “favori” che spaziavano dalle consulenze alla moglie dell’onorevole fino all’affidamento di lavori edili multimilionari.
Parentopoli, assunzioni pilotate e la ‘biblioteca digitale’ da 128mila euro
Il racconto degli atti della procura, che sarà vagliato dal giudice nell’interrogatorio dell’11 giugno, è un susseguirsi di episodi emblematici di una gestione priva di scrupoli. Si parte dalla signora Simona Sinatra, moglie del deputato, che avrebbe ottenuto quattro distinte consulenze, un contratto a termine e persino un accordo quadro con l’Asp di Agrigento – firmato dal direttore generale Giuseppe Capodieci – per potersi spostare a lavorare in città. Ma la lista non si ferma ai familiari.
C’è il caso di Domenico Reina, fratello di un alto prelato romano, a cui sarebbe stato affidato un progetto per la realizzazione di una biblioteca digitale dell’importo di 128 mila euro. Un incarico, questo, giudicato grottesco dagli stessi investigatori, che annotano come l’uomo fosse “del tutto inidoneo” allo scopo tanto che l’opera venne poi subappaltata a terzi a un costo dimezzato. L’unico fine, scrivono i magistrati, sarebbe stato quello di “ingraziarsi” il fratello cardinale per convogliare voti cattolici su un’alleata del deputato.
Persino il curriculum spoglio di un’altra candidata, definita dallo stesso Gallo Afflitto con un epiteto poco lusinghiero (“ha un curriculum di m...”), non rappresentò un ostacolo: l’incarico da 10 mila euro le venne ugualmente prospettato, con la precisazione che non sarebbe stato necessario svolgere alcuna prestazione lavorativa reale.
L’intreccio con l’imprenditoria e i regolamenti di conti interni
Il sistema di potere si estendeva anche al settore privato, in particolare attraverso la figura di Pietro Tirone, legale rappresentante della società edile Sice. A lui sarebbe stata affidata, senza una regolare gara, una commessa per la manutenzione degli edifici dell’ente. In cambio, Tirone si sarebbe impegnato ad assumere nello staff della sua azienda un architetto vicino al politico e ad assorbire altra manodopera indicata direttamente dal deputato.
Non è un caso, del resto, se gli inquirenti hanno parlato di un “collaudato e durevole patto illecito” che mirava a fare del Cefpas un feudo personale. Il carteggio fittissimo di contestazioni che arrivava dall’assessorato centrale – un botta e risposta durato anni – e le denunce dei sindacati raccontano solo la punta dell’iceberg di una guerra di potere che, dietro le quinte, ha lacerato le ali agrigentine del partito.
Una guerra fatta di fedeltà assolute, di “sistema” come lo definiva il diretto interessato, e di una totale subordinazione della macchina burocratica agli interessi elettorali di un singolo.




