Il delfino Mimmo nel bacino di San Marco, gli esperti lanciano l'allarme: "È un animale selvatico, stop ai selfie"
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Redazione Interno
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Le immagini, divenute ormai virali, del delfino che nuota con nonchalance e si libra in spettacolari salti tra i vaporetti nel bacino di San Marco a Venezia, hanno dipinto una scena quasi fiabesca, un quadro surreale che ha stregato il mondo intero. Quella che potrebbe essere interpretata come una favola moderna ambientata nella laguna, tuttavia, cela una vicenda ben più complessa, la cui natura impone un'attenta e doverosa osservazione, al di là del comprensibile stupore e della spontanea simpatia che un simile evento suscita. A monitorare con scrupolo scientifico la singolare presenza, che i veneziani hanno già battezzato con il nome affettuoso di Mimmo, sono gli specialisti del Museo di Storia Naturale di Venezia "Giancarlo Ligabue", i quali, tra le loro molteplici missioni, annoverano proprio lo studio della biodiversità in laguna e la promozione di corrette pratiche di convivenza con la fauna selvatica.
Il richiamo alla cautela degli scienziati
Proprio questi esperti, mentre l'entusiasmo popolare cresceva, hanno sentito l'urgenza di fare chiarezza, diffondendo attraverso i propri canali, compresi quelli social, una serie di indicazioni precise volte a proteggere l'incolumità del giovane tursiope. L'animale, che sembra essersi affezionato alle acque del bacino, dove è stato osservato mentre si alimenta regolarmente e dal quale, peraltro, è già uscito in mare in diverse occasioni, viene definito nelle comunicazioni ufficiali della Fondazione Musei Civici nient'altanto che un "ospite da rispettare", sottolineando con forza come non si tratti assolutamente "di un'attrazione" a disposizione dei visitatori. Un monito necessario, considerato il viavai di imbarcazioni e il moltiplicarsi di tour organizzati, i quali, attratti dalla rarità dell'avvenimento, sono partiti alla caccia del selfie perfetto, creando un notevole scompiglio attorno all'animale.
I rischi di una convivenza forzata
La preoccupazione principale, come spesso accade in simili circostanze, non risiede nelle intenzioni delle persone, generalmente dettate da curiosità e meraviglia, bensì nelle conseguenze involontarie ma potenzialmente dannose di tali comportamenti. L'assidua ricerca della vicinanza, i tentativi di interazione e il disturbo continuo causato dal rumore e dal movimento delle barche possono infatti alterare le abitudini naturali del delfino, generando in lui uno stato di stress che potrebbe comprometterne il benessere e la salute. Gli esperti, pur riconoscendo che Mimmo si trova per il momento in buone condizioni, continuano a vigilare sulla situazione, consci del fatto che la permanenza prolungata in un ambiente così antropizzato, nonostante i suoi ripetuti spostamenti in mare aperto, rappresenti di per sé un elemento di criticità.
La necessità di un approccio rispettoso
La vicenda di Mimmo, al di là del suo fascino immediato, si configura dunque come un caso emblematico di come l'uomo debba rapportarsi con la fauna selvatica che, per ragioni sue proprie, decide di frequentare spazi urbani. Il messaggio lanciato dal Museo di Storia Naturale è cristallino e invita a un'applicazione rigorosa di buone pratiche, tra le quali il divieto assoluto di toccare l'animale, di dargli da mangiare e, soprattutto, di disturbarlo con manovre invasive pur di ottenere uno scatto fotografico. L'obiettivo, lungi dal voler privare chiunque di un'esperienza straordinaria, è piuttosto quello di garantire che la presenza del delfino in laguna non si trasformi in un pericolo per la sua sopravvivenza, preservando quel miracoloso equilibrio che permette a un essere marino di diventare, per un periodo di tempo, parte del paesaggio quotidiano di una città unica al mondo.
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