Il boato in diretta a Costanza e il conto salato del riarmo europeo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La giornalista rumena Ana Maria Stancu stava raccontando in diretta per la tv pubblica TVR le operazioni di messa in sicurezza del porto civile di Costanza, quando un boato improvviso l’ha costretta a coprirsi le orecchie con le mani: un drone navale, che le autorità hanno successivamente identificato come un modello del tipo “Magura” in dotazione all’Ucraina, è esploso autonomamente intorno alle 10:30.

L’ordigno, arenatosi nelle prime ore del mattino nei pressi della sede dell’Agenzia rumena per il salvataggio in mare, si è disintegrato senza causare vittime, un aspetto, questo, che ha scongiurato una strage nelle aree portuali ad alta densità logistica.

La cronaca di un'esplosione annunciata

La scoperta del battello senza pilota, avvenuta alle cinque del mattino, aveva già attivato tutte le procedure di sicurezza: la zona era stata isolata da un cordone misto di forze speciali e agenti della polizia di frontiera, ma la decisione di lasciare l’ordigno sul posto per i rilievi tecnici – piuttosto che rimuoverlo o farlo brillare controllatamente – si è rivelata una scommessa persa in partenza.

L’emittente TVR, mandando la sua inviata proprio nel punto dove il rischio era più alto, ha ottenuto un servizio unico nel suo genere: mentre Ana Maria Stancu descriveva la situazione ai telespettatori, l’onda d’urto della deflagrazione ha scosso le telecamere, regalando al mondo un’istantanea perfetta della prossimità del conflitto.

La reporter, pur sotto shock, ha continuato a documentare l’accaduto, dichiarando in seguito di aver temuto per l’incolumità fisica ma di aver subito realizzato che il vero pericolo, per Costanza, sarebbe stato rappresentato dalla possibilità di ritrovare altri ordigni simili disseminati lungo la costa.

Magura, il drone che inquina le acque NATO

Le verifiche del ministero della Difesa rumeno hanno confermato che il relitto non apparteneva ai dispositivi militari nazionali, bensì ai droni marittimi sperimentali impiegati da Kiev per colpire le navi della flotta russa nel Mar Nero.

La struttura tecnica del mezzo, un “Magura” V5, prevede un carico di esplosivo di diverse centinaia di chili e un’autonomia che gli consente di navigare per centinaia di chilometri; di solito, queste unità viaggiano in sciami, il che ha suggerito alle autorità di Costanza l’ipotesi che almeno altri tre congegni dello stesso tipo potessero essere in agguato nelle acque territoriali.

L’ambasciata russa a Bucarest non ha perso tempo nel rivendicare la matrice ucraina dell’accaduto, sottolineando come l’uso indiscriminato di questi mezzi rappresenti una minaccia concreta per la sicurezza della navigazione civile nel bacino occidentale del Mar Nero.

Il prezzo geopolitico della resilienza

Se da un lato l’incidente dimostra la capacità delle forze ucraine di proiettare la guerra anche nell’hinterland della Romania, un membro fondamentale della Nato, dall’altro l’episodio solleva il nodo scottante dei costi della difesa europea. Analisti come Gianandrea Gaiani hanno più volte denunciato l’insostenibilità del modello industriale continentale: produrre un carro armato in Europa costa fino a otto volte di più rispetto a un equivalente russo, un divario che l’esplosione di un semplice drone in un porto civile rende improvvisamente tangibile anche per il grande pubblico.

L’Unione europea, alle prese con il programma “Readiness 2030” e con l’obiettivo Nato di portare la spesa militare al 5% del Pil, rischia di cannibalizzare le risorse destinate al welfare e alla coesione sociale, mentre l’industria della difesa fatica a trasformare i miliardi stanziati in posti di lavoro stabili per i cittadini.

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