La guerra in Ucraina e quella strana cappa d’indifferenza che avvolge un conflitto senza via d’uscita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una stanchezza, ormai, che non è solo quella dei combattenti, ma diventa epidemiologica, quasi contagiosa, e si manifesta come un grande silenzio assordante. A quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala, il conflitto tra Russia e Ucraina — che Mosca, come si ricorderà, ha scatenato per prima — sembra essersi incagliato in una sorta di pantano geopolitico dove le lancette dell’orologio non girano più. La realtà, cruda e spietata, racconta di due eserciti inchiodati sulle stesse linee, incapaci di spezzare l’equilibrio del terrore; ma, al di là delle mappe strategiche e dei bollettini ufficiali, è la cappa dell’indifferenza a stringere più di ogni altra cosa il respiro di questa guerra. Non se ne parla più come si deve, non si contano più i morti con la stessa solennità, eppure il massacro, silenzioso e metodico, prosegue senza soluzione di continuità.

Il costo umano che non conosceremo mai e il groviglio di Mosca

La Russia, va detto, si trova in una posizione paradossale: ha iniziato l’aggressione e ora non sa come uscirne con dignità, senza perdere la faccia davanti a un sistema interno che reclama a gran voce una vittoria che non arriva. I costi umani, quelli veri, quelli che nessun rapporto delle Nazioni Unite potrà mai restituire nella loro interezza, restano sepolti sotto cumuli di macerie e oblii giornalistici. Si parla di decine di migliaia di caduti, ma è una cifra che dice poco; quel che conta è che Mosca non possiede uno spiraglio di uscita onorevole, mentre le sue colonne corazzate avanzano a singhiozzo, arretrano, riprendono territorio e lo perdono di nuovo. È una guerra di usura, senza un orizzonte definito, e il Cremlino lo sa bene: nessuno ha il coraggio di ammetterlo ad alta voce, ma l’impasse è sotto gli occhi di tutti.

L’Ucraina resiste, ma il 2026 sarà solo l’anno della sopravvivenza

Dall’altra parte della barricata, Kiev continua a difendere la propria integrità territoriale con una volontà che appare, a tratti, persino irragionevole se misurata con i parametri del realismo politico. I sacrifici sono immani, le perdite si accumulano, ma la determinazione non accenna a crollare. Tuttavia, come ha ricordato recentemente l’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, «il 2026 sarà un altro anno in cui l’Ucraina dovrà sopravvivere», non certo quello di una svolta decisiva. Le turbolenze geopolitiche esterne — dai giochi di potere in Medio Oriente alle tensioni nel Pacifico — distolgono l’attenzione dei grandi attori internazionali, lasciando il Paese intrappolato in una morsa: subire l’aggressione russa sul proprio territorio e, allo stesso tempo, assistere a un progressivo disimpegno emotivo dell’opinione pubblica mondiale.

L’inferno di Dnipro e la diplomazia rituale di Lavrov

A dare concretezza a questa tragica routine ci pensano i fatti di cronaca nera, riportati con il dovuto riserbo ma con l’inevitabile peso dei numeri. La città di Dnipro, nell’Ucraina centro-orientale, è stata sottoposta a un bombardamento che è durato venti ore consecutive: droni e missili russi hanno seminato morte tra le abitazioni, preso di mira attività commerciali e distrutto infrastrutture energetiche, uccidendo almeno otto persone e ferendone decine. È l’attacco più massiccio mai sferrato contro quella città, una raffica ininterrotta che ha trasformato il centro abitato in un tiro a segno a cielo aperto. Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, con una mossa che sa di déjà-vu, ha dichiarato che «la Russia è sempre disposta a dialogare con gli Stati Uniti per risolvere il conflitto». Una dichiarazione che arriva da Mosca come un rituale ormai privo di sostanza, dato che Trump — che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, tanto che la sua rielezione non fa più notizia — si muove su un doppio binario: possibile accordo con Putin, certo, ma nessuna pace imponibile dall’alto a una Ucraina che non ha alcuna intenzione di arrendersi.

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