Il silenzio sulla Nigeria, tra accuse di genocidio e smentite diplomatiche
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Redazione Esteri
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Mentre si conclude la "Red week", un'iniziativa che ha coinvolto tredici Paesi con circa cento eventi per accendere i riflettori sulle persecuzioni subite dai cristiani in varie parti del mondo, il bilancio che se ne trae è dominato da un'assordante mancanza di eco mediatica. Sebbene per la prima volta la sede del Parlamento europeo a Bruxelles si sia illuminata di rosso in segno di solidarietà, le piazze non si sono riempite di folle in protesta, né il tema ha generato quel clamore emotivo che invece caratterizza altri conflitti internazionali, lasciando così intendere come certi drammi, nonostante la loro gravità, sembrino essere percepiti come una sorta di "genocidio di serie B".
La strategia americana all'Onu
Proprio in questo contesto di relativo silenzio si è inserito con forza, e non senza polemiche, l'intervento degli Stati Uniti, che hanno organizzato un grande evento presso la sede delle Nazioni Unite a New York per denunciare la violenza contro i cristiani in Nigeria. L'iniziativa, voluta dal presidente Trump, ha visto la partecipazione di leader religiosi ed esperti i quali, sfidando le posizioni ufficiali di Abuja, hanno parlato esplicitamente di una persecuzione sistematica, promuovendo così una visione critica verso il governo nigeriano. Le autorità locali, dal canto loro, hanno reagito con veementi smentite formali, rigettando le accuse e contestando la legittimità stessa di un simile dibattito in sede internazionale.
La complessità della crisi nigeriana
A complicare ulteriormente il quadro, rendendolo meno netto di quanto non appaia in superficie, si erge la posizione della Santa Sede, la quale, pur esprimendo profonda preoccupazione per le violenze inaudite che colpiscono i fedeli cristiani – con chiese saccheggiate, preti uccisi e studenti regolarmente rapite – invita a una lettura più articolata del conflitto. Il cardinale Pietro Parolin, capo della diplomazia vaticana, getta acqua sul fuoco della tesi di una guerra puramente religiosa, sottolineando come la medesima ondata di terrore jihadista, feroce e indiscriminata, miri in realtà anche una consistente parte della popolazione musulmana, travolta dalla stessa spirale di caos e violenza che sta lacerando il Paese.
Le voci oltre la politica
A dare ulteriore risonanza alla questione, trascendendo i confini della politica ufficiale, è intervenuta anche la popstar Nicki Minaj, la quale, abbandonando per l'occasione i suoi consueti abiti sgargianti, ha scelto un sobrio vestito scuro per prendere la parola di fronte ai rappresentanti dell'Onu. La cantante, che ha pubblicamente ringraziato il presidente Trump per il suo impegno e la sua leadership in materia, ha usato la sua platea per denunciare con forza ciò che ha definito senza mezzi termini un massacro, portando così la tragedia nigeriana, seppur per un attimo, davanti agli occhi di un pubblico globale spesso distratto.




