Il cognome del fondatore dell’Eni finisce in una diffida: Pietro Mattei contro il governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il gelo della pec è arrivato silenzioso, poi rotto solo dalle colonne di un quotidiano. Pietro Mattei, nipote di quel Enrico Mattei che fondò l’Eni e ne fece un simbolo dell’indipendenza energetica italiana, ha formalmente diffidato palazzo Chigi dall’utilizzare il proprio cognome – e con esso quello dello zio – per battezzare il cosiddetto “Piano Mattei”, ovvero il programma di sviluppo per l’Africa al centro della politica estera dell’esecutivo. La lettera, inviata via posta elettronica certificata lo scorso 27 marzo, non lascia spazio a interpretazioni: il governo non può più fare leva su quel nome, se non violando un esplicito divieto avanzato da uno degli eredi diretti.

La sorpresa, a palazzo Chigi, sarà stata considerevole, e non soltanto per il merito della richiesta. Passano oltre due anni dall’avvio del piano – un omaggio dichiarato all’imprenditore morto nel 1962 in un incidente aereo mai del tutto chiarito – e nessuno, fino a qualche settimana fa, aveva mai sollevato obiezioni formali. La scelta di intitolare a Mattei l’intera strategia per il continente africano era apparsa a molti come una mossa quasi naturale, un modo per richiamare lo spirito di un uomo che aveva sfidato i cartelli petroliferi internazionali. E invece, proprio da quel ramo della famiglia, arriva ora una diffida che definisce l’operato della presidente del Consiglio “in totale antitesi” con le gesta del fondatore.

La lettera che ha rotto il silenzio

Nel documento, visionato e pubblicato da un quotidiano nazionale, si legge che l’uso del cognome Mattei sarebbe “finalizzato a scopi di propaganda che rischiano di distorcere figura ed eredità politica del fondatore” dell’Eni. Parole pesanti, accompagnate da un fatto non secondario: Pietro Mattei aveva otto anni quando lo zio morì, ed è oggi l’erede unico della moglie di Enrico. La sua voce, in tal senso, ha quindi un peso giuridico e simbolico non trascurabile. Contattato telefonicamente da una località all’estero – lontano dall’Italia, come lui stesso tiene a precisare – il nipote ha confermato l’autenticità della pec, definendo l’atto soltanto “il primo passo”. Nessuna ricerca di visibilità, ha detto, nessuna volontà di fare polemica sui giornali. Eppure, la diffida è arrivata, e il governo ne è stato messo al corrente da quasi un mese.

Dall’altra parte, a palazzo Chigi, la reazione ufficiale è stata trattenuta ma non priva di un certo stupore. Fonti della presidenza del Consiglio hanno parlato di “grande stupore e un po’ di amarezza” dopo la lettura della mail. La difesa dell’esecutivo, in estrema sintesi, si regge su una linea argomentativa precisa: il piano per l’Africa rifletterebbe lo spirito di Mattei, la sua capacità di tessere relazioni con paesi extraeuropei senza mediazioni. Il governo, insomma, non avrebbe mai voluto distorcere nulla, ma anzi onorare una figura ritenuta ancora centrale nell’immaginario industriale e politico nazionale.

Un incidente aereo, un’eredità contesa

Enrico Mattei morì il 27 ottobre 1962, quando il suo aereo privato precipitò nei pressi di Bascapè, in provincia di Pavia. Un mistero lungo decenni, tra piste che portavano a servizi segreti e interessi petroliferi internazionali, senza mai un colpevole certo. Di lui restano le imprese alla guida dell’Eni – gli accordi con i paesi produttori, la formula della “partecipazione paritetica” – e un’eredità morale che ancora oggi, a distanza di oltre sessant’anni, viene rivendicata da più parti. Pietro Mattei, in questo quadro, si pone come custode di quella memoria familiare, e la sua diffida rappresenta un atto di tutela che difficilmente potrà essere ignorato.

Non ci sono, al momento, elementi che facciano pensare a un ripensamento da parte dell’esecutivo. Il piano prosegue, i progetti in Africa – dal settore energetico a quello formativo – restano in piedi. Eppure, la pec inviata il 27 marzo ha introdotto una crepa nella narrazione ufficiale: il nome di Mattei non è più un simbolo condiviso, ma un cognome conteso tra chi lo considera un patrimonio collettivo e chi invece ne rivendica l’appartenenza familiare esclusiva. La stampa ha fatto il suo lavoro, pubblicando la lettera e portando alla luce un conflitto finora rimasto nei computer della presidenza del Consiglio.

Nessuna propaganda, dice l’erede

“Questo governo è scandaloso, aberrante”, ha dichiarato Pietro Mattei al telefono, senza mezzi termini. E ha aggiunto di non cercare né pubblicità né visibilità, ma soltanto di compiere un dovere morale. Una posizione netta, che difficilmente potrà essere ricondotta a un semplice equivoco o a un ripensamento tardivo. La diffida, dal punto di vista legale, non blocca automaticamente l’uso del nome, ma costituisce un atto formale che in caso di prosecuzione dell’intitolazione potrebbe aprire la strada a successive iniziative giudiziarie. Nessuno, per ora, parla di tribunali. Ma il “primo passo” evocato dal nipote lascia intendere che la vicenda potrebbe non chiudersi qui.

Palazzo Chigi, dal canto suo, ha ribadito che il piano rappresenta un’opportunità di cooperazione con i paesi africani, e che l’omaggio a Mattei è stato pensato in piena coerenza con il suo lascito. I due punti di vista, a questo punto, viaggiano su binari paralleli e difficilmente convergenti. Quel che è certo è che la pec del 27 marzo non è più un documento riservato: è diventata materia di cronaca politica, e ha messo in luce un conflitto familiare e simbolico che nessuno, fino a qualche settimana fa, aveva previsto.

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