Trump riduce le esercitazioni con la Corea del Sud, la “vendetta” per il mancato aiuto su Hormuz
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, le manovre annuali Ulchi Freedom Shield, partite il 17 agosto nonostante la disposizione di Washington. La decisione, comunicata con un post su Truth, è stata motivata dal “costoso” dispiegamento di forze, dal segnale “totalmente inappropriato e ostile” che queste trasmetterebbero a Pyongyang e, in modo apparentemente strumentale, dal rifiuto di Seoul di partecipare alla campagna per la denuclearizzazione dell'Iran.
“In virtù del mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, non sono contento del fatto che gli Stati Uniti abbiano, già da tempo, accettato di partecipare a queste esercitazioni”, ha scritto il presidente.
L’ordine alla vigilia e la risposta di Seoul
L’ordine, giunto a ridosso dell’inizio delle manovre, ha colto alla sprovvista l’alleato asiatico, che si trova già in una fase di ridefinizione del rapporto con la Casa Bianca. Nonostante l’annuncio presidenziale, il ministero della Difesa sudcoreano ha confermato che le esercitazioni sono proseguite come da programma, coinvolgendo circa 18.000 militari sudcoreani e un contingente statunitense non reso noto, che si aggiunge ai 28.500 effettivi stabilmente presenti nel Paese.
La Corea del Sud ha ufficialmente dichiarato di “auspicare che questo buon rapporto tra Trump e Kim riapra il dialogo di pace con Pyongyang”, cercando così di smorzare le tensioni diplomatiche e mantenere aperto il canale con Washington.
Il nodo Iran e il “no grazie” di Seoul
Un passaggio chiave del messaggio di Trump ha rivelato una connessione diretta con il fronte mediorientale, sollevando dubbi sulla solidità dell’alleanza. Il presidente ha scritto di aver recentemente chiesto alla Corea del Sud di unirsi agli Stati Uniti per la “denuclearizzazione” dell’Iran, ricevendo un secco rifiuto.
Questo collegamento, definito da Trump come “non strettamente correlato”, ha spinto molti osservatori a interpretare la riduzione delle esercitazioni come una ritorsione per la mancata partecipazione di Seoul alla coalizione anti-Teheran, in un’ottica che trasforma la sicurezza dell’alleato in una questione di transazione politica.
Reazioni e dubbi sull’impegno americano
Negli Stati Uniti, la decisione ha suscitato critiche, in particolare da parte democratica. L'esponente della Commissione Difesa del Senato, Jack Reed, ha definito la mossa “insensata e improvvisata”, accusando il presidente di “adulare un dittatore” e di inviare un pericoloso segnale a tutti gli alleati e agli avversari di Washington, dimostrando che gli impegni americani possono essere negoziati in base al sostegno politico ricevuto.
Il riferimento alla Corea del Nord come Paese “rispettoso e non minaccioso” dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, contrasta con le continue provocazioni missilistiche di Pyongyang, che aveva definito le esercitazioni “una prova generale per una guerra di aggressione”.
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