Rocchi tace, Gervasoni spiega: l’inchiesta arbitri si gioca su due fronti
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Redazione Sport
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Il meccanismo della giustizia sportiva, quando si incrocia con quella ordinaria, procede per gradi e per silenzi assordanti, capaci talvolta di pesare quanto le parole più crude. Da una parte, c’è chi ha scelto la via dell’omertà, avvolgendosi nella facoltà di non rispondere; dall’altra, chi si è presentato davanti al pm per ore, tentando di mettere i puntini sulle “i” di una vicenda che ha già scosso le fondamenta del calcio italiano. L’inchiesta della Procura di Milano, che ruota attorno alle presunte designazioni arbitrali “combinate” e a certi dialoghi captati a San Siro, ha vissuto una giornata decisiva: quella degli interrogatori, o meglio, dei due opposti atteggiamenti degli indagati principali.
Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare in una vigilia carica di tensione, in pochi hanno varcato la soglia della caserma della Guardia di Finanza di via Oglio. Gianluca Rocchi, l’ormai ex designatore degli arbitri di Serie A e B che ha preferito fare un passo indietro dopo l’esplosione dello scandalo, ha deciso di non presentarsi. Il suo legale ha comunicato la volontà dell’assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere, lasciando così il vuoto proprio nel momento in cui le sue giustificazioni sarebbero state più attese. Rocchi, che secondo gli inquirenti avrebbe messo in piedi un sistema di favoritismi per accontentare alcuni club (in particolare in vista del big match di Bologna e nella gestione delle coppe), ha dunque gettato un velo di silenzio su quelle che gli contestano: le designazioni di Andrea Colombo per Bologna-Inter e di Daniele Doveri per il derby di Coppa Italia. Un silenzio che, in questo contesto, rischia inevitabilmente di caricare di maggior peso le parole altrui.
E le parole, invece, sono arrivate da Andrea Gervasoni, il numero due dell’aria designatoria autosospesosi insieme al suo capo. L’ex supervisore della sala Var è rimasto chiuso con il pm Maurizio Ascione per oltre quattro ore. Un faccia a faccia lungo e meticoloso, durante il quale ha cercato di smontare punto su punto l’accusa che lo riguarda, limitata però a un singolo episodio specifico. Il suo fronte di guerra è quello della partita di Serie B tra Salernitana e Modena dell’8 marzo 2025, dove si ipotizza che Gervasoni abbia interferito per far revocare un rigore. “Mi sono messo a disposizione del magistrato – ha dichiarato uscendo – ho dato tutte le risposte che dovevo”. Ma è stata un’altra sua uscita, apparentemente laterale rispetto al capo d’imputazione principale, a fare più rumore nell’ambiente, riferita alla scintillante partita di San Siro tra Inter e Roma.
L’ombra di San Siro e la questione dell’audio “manomesso”
Mentre tutti attendevano delucidazioni sull’incontro decisivo del 2 aprile 2025 (quello in cui, secondo le tesi investigative, ci si sarebbe accordati su quali fischietti fossero “graditi” o “sgraditi” ai piani alti del calcio milanese), l’attenzione si è spostata su un altro derby, quello del 27 aprile 2025. Gervasoni, infatti, ha risposto anche a una domanda riguardante l’episodio del rigore non assegnato a Bisseck, caduto sotto la spinta di Ndicka. Su questo frangente, la sua posizione è stata netta e senza appello. “Escludo al 100% che l’audio Var di Inter-Roma sia stato manomesso”, ha tuonato, fugando i sospetti di un occultamento delle prove. Il suo legale, Michele Ducci, ha aggiunto dettagli tecnici per sostenere la tesi di una valutazione lampo: “La decisione è stata presa in 10-15 secondi, non c’è tempo materiale per fare pressioni o alterare qualcosa”.
Un’affermazione, questa, che sposta l’ago della bilancia sulla percezione dell’errore umano, piuttosto che sul dolo. Per Gervasoni, almeno per quanto riguarda la stracittadina capitolina, la linea difensiva è chiara: non ci fu intervento esterno, e quindi nessun audio da manipolare. La sua strategia difensiva, supportata dall’avvocato Ducci, è quella di ridurre ogni episodio contestato a un errore di percorso, a una velocità di giudizio incompatibile con la macchinazione. “Abbiamo chiarito come anche in quella occasione non sia stato fatto un intervento. Le immagini lo chiariscono in maniera efficace”.
La linea di confine tra i due indagati
La distanza tra le due strategie processuali è dunque abissale. Da un lato, Gervasoni sceglie la strada della trasparenza e della collaborazione (limitata al suo perimetro d’accusa), tentando di isolare il proprio caso di Salernitana-Modena dal clamore mediatico che avvolge Rocchi. Dall’altro, l’ex designatore serra i ranghi, consapevole che il fronte su cui è chiamato a rispondere è molto più vasto e politicamente scottante: non solo la presunta “bussata” alla porta della sala Var in Udinese-Parma (dove si contesta una violazione del protocollo), ma soprattutto il ruolo di presunto regista delle designazioni a vantaggio dell’Inter nella corsa scudetto. Un ruolo che, secondo le fonti, sarebbe emerso anche da intercettazioni ambientali.
Mentre il mondo del calcio trattiene il fiato, le indagini continuano a seguire questi due binari paralleli. Le parole di Gervasoni, seppur autorevoli, non colmano il vuoto lasciato da chi ha preferito tacere.




