L'arcivescovo di Lecce e i suoi sacerdoti in preghiera davanti alle spoglie di Francesco, esposte per la prima volta dopo otto secoli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un silenzio spesso, quasi tangibile, avvolgeva la Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi quando l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, assieme a una trentina di sacerdoti della diocesi di Lecce, si è trovato dinanzi alla teca di vetro che custodisce i resti mortali del Poverello. Una delegazione partita nelle prime ore della mattina dal Salento per giungere, nel primo pomeriggio, nella città umbra che da giorni è meta di un pellegrinaggio mondiale senza precedenti: l’ostensione pubblica e prolungata delle spoglie di Francesco d’Assisi, evento che cade nell’ottavo centenario della sua morte e che per la prima volta nella storia consente ai fedeli di sostare a lungo davanti a ciò che resta del Corpo del santo patrono d’Italia. L’emozione, per quei presbiteri salentini, è raccontata come qualcosa di indescrivibile, un’esperienza che travalica la semplice devozione per farsi incontro intimo con la radicalità di una sequela Christi che Francesco visse fino alla spogliazione totale. -4

Non è una semplice memoria storica, quella che si sta consumando ad Assisi, ma un gesto ecclesiale che rende visibile, agli occhi dei fedeli, la potenza del messaggio evangelico vissuto dal santo. Le spoglie, traslate sabato mattina dal sarcofago in cui riposavano da secoli, sono state collocate ai piedi dell’altare maggiore della chiesa inferiore, e i pellegrini – si contano già quasi quattrocentomila prenotazioni da ogni angolo del pianeta – si susseguono in un flusso continuo, ordinato, silenzioso -1-2. Tra loro, la trentina di sacerdoti leccesi guidati dal loro arcivescovo ha voluto esserci, in quel pellegrinaggio che li ha visti lasciare Lecce all’alba per immergersi in quella che è stata definita una prova immensa per la città di Assisi e per la comunità francescana del Sacro Convento -2. La macchina organizzativa, con i suoi quattrocentosedici volontari e i percorsi delimitati da nastri come negli aeroporti, accoglie e accompagna i visitatori in un itinerario che è prima di tutto spirituale, preparandoli all’incontro con la teca. -1-2

E mentre il flusso di persone – ottanta per cento italiani, ma anche cinquemila dagli Stati Uniti e millecinquecento dal Giappone – si snoda attraverso i controlli di sicurezza, nella cripta e nella basilica si respira un’aria di raccoglimento che colpisce anche i cronisti presenti -1-8. C’è chi, come fra Giulio Cesareo, direttore dell’ufficio comunicazione del Sacro Convento, accompagna i visitatori e raccoglie le loro confidenze, piccole grandi storie di preghiere affidate, di madri in attesa di un’operazione, di giovani che cercano un senso in un’epoca complessa -4. Non è un caso che la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, abbia sottolineato come sconvolga l’attrattività che Francesco esercita sui giovani, una generazione che pure vive in una società spesso descritta come secolarizzata ma che evidentemente avverte un bisogno potente di spiritualità e di senso -3.

I numeri, del resto, parlano chiaro: le prenotazioni hanno già saturato gran parte dei posti disponibili, e il sito sanfrancescovive.org è stato preso d’assalto da fedeli di tutti i continenti, dal Kenya alla Giamaica, da Singapore all’Indonesia -8. La teca che contiene le ossa, protetta da vetro antisfondamento e antiproiettile, è il punto focale di questo pellegrinaggio che durerà un mese intero, fino al 22 marzo, quando la celebrazione conclusiva sarà presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi nella chiesa superiore -2-3. Per i sacerdoti leccesi, come per tutti gli altri, il tempo di sosta davanti alle spoglie è volutamente breve, pochi secondi per un segno di croce, una preghiera silenziosa, un ginocchio a terra, prima di lasciare spazio ai successivi. Ma è in quei pochi istanti, come spiega fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento, che si realizza l’incontro con una vita completamente donata, secondo quella parabola evangelica del seme che muore per portare frutto, che è il filo rosso dell’intera ostensione -3-8.

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