Poste Italiane e Tim, l’Opas come leva per ridisegnare il perimetro pubblico del gruppo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non si tratta soltanto di un’operazione di consolidamento nel settore delle telecomunicazioni, sebbene molti osservatori l’abbiano inizialmente inquadrata in questa ottica. L’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Poste Italiane su Tim, del valore complessivo di circa 10,8 miliardi di euro, rivela una natura più profonda, legata alla trasformazione degli assetti proprietari e alla logica industriale dei soggetti coinvolti. Da un lato, infatti, c’è un gruppo come Poste Italiane, la cui evoluzione recente – lo si nota osservando l’ampliamento dei propri orizzonti – ha progressivamente superato i confini del servizio postale tradizionale, configurandosi come una piattaforma integrata dove convivono logistica, pagamenti digitali, servizi finanziari e il rapporto con la pubblica amministrazione. A questa realtà si affianca Tim, la cui situazione debitoria, dopo l’operazione di separazione della rete, è diventata finalmente gestibile, rendendo concreto un matrimonio che il mercato attendeva da tempo.

Il nodo della governance e la riconfigurazione della quota statale

Uno degli aspetti più dibattuti, durante la presentazione dell’operazione agli analisti e alla stampa internazionale, ha riguardato la tenuta del controllo pubblico dopo l’integrazione. Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, ha difeso la struttura dell’offerta proprio sottolineando come questa, contrariamente a quanto paventato da alcuni critici, rappresenti un’apertura al mercato anziché una chiusura protezionistica. “Questo accordo – ha spiegato il manager in un’intervista rilasciata a Bloomberg Tv e poi ripresa dal FT – aumenterebbe il flottante del gruppo, poiché la partecipazione statale nell’entità risultante dalla fusione scenderebbe dal 65% attuale a poco più del 50%”. In pratica, verrebbero emesse nuove azioni a favore degli attuali investitori di Tim, i quali diventerebbero soci di rilievo nel nuovo colosso, mentre lo Stato (attraverso il Mef e Cdp) manterrebbe comunque una posizione di controllo, sebbene più diluita e quindi più orientata ai canoni del capitalismo moderno.

La strategia di lungo periodo e il “perfetto incastro” industriale

Del Fante, che per presentare i dettagli dell’operazione si è recentemente recato a Londra per incontrare gli investitori della City, ha ribadito con forza la natura industriale della mossa, escludendo qualsiasi ingerenza governativa nell’iniziativa. L’amministratore delegato ha parlato esplicitamente di un “incastro perfetto”, motivando la scelta con la necessità di guardare lontano: “È il momento di pensare a dove saremo tra 10-15 anni”, ha dichiarato, descrivendo un settore – quello delle tlc e dei servizi digitali – attraversato da una transizione epocale che “o la cavalchi o la subisci”. A sostegno di questa visione, va ricordato che l’operazione non prevede una fusione aggressiva: Tim resterà una società sostanzialmente autonoma (stand alone), proteggendo un brand che rappresenta ancora un valore significativo per gli utenti finali, mentre le sinergie operative previste, stimate intorno ai 700 milioni annui, verrebbero realizzate attraverso la complementarietà delle reti commerciali e l’incrocio delle competenze tecnologiche.

La road map operativa e gli advisor in campo

Sul fronte procedurale, i lavori procedono seguendo un calendario preciso, scandito dagli appuntamenti societari e dalle necessarie autorizzazioni regolatorie. Dopo il via libera del consiglio di amministrazione di Poste, la macchina si è messa in moto con la nomina dei consulenti: da parte dell’offerente, ma anche da parte di Tim, che ha ufficializzato il proprio team di advisor per l’esame dell’offerta. Il gruppo telefonico, per valutare la congruità del corrispettivo misto (in contanti e in azioni Poste), si è avvalso della consulenza di Evercore e Goldman Sachs come advisor finanziari, affiancati dagli studi legali Bonelli Erede e Gatti Pavesi Bianchi Ludovici per gli aspetti giuridici. L’offerta, che punta al delisting di Tim da Piazza Affari, dovrebbe essere perfezionata entro la fine del 2026, passando attraverso l’assemblea degli azionisti di Poste per l’aumento di capitale necessario a emettere i nuovi titoli da mettere sul piatto dello scambio. Nel frattempo, come mostrano le immagini del TG Poste del 14 aprile, l’ad Del Fante non ha smesso di promuovere il deal oltremanica, mentre a Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, il programma Locker Italia prosegue, a testimonianza di come l’integrazione tra fisico e digitale resti un binario parallelo su cui l’azienda sta correndo.

Meta Description: Opas da 11 miliardi di Poste su Tim. Del Fante spiega la logica industriale, il calo della quota statale al 50% e l’aumento del flottante.

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