Il crollo delle nascite nel Lazio e in Italia: Maggino, “serve una svolta strutturale, non bonus temporanei”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   I numeri, quelli che arrivano dall’Istat e che ormai da anni disegnano una geografia dello spopolamento destinata a incidere su ogni aspetto della vita sociale ed economica del Paese, hanno assunto i contorni di una fotografia sempre più nitida e, al contempo, sempre più preoccupante. Filomena Maggino, docente di Statistica alla Sapienza Università di Roma e consigliera dell’Osservatorio Vita e Natalità, nel commentare i dati relativi al 2025, ha voluto sottolineare come la denatalità abbia ormai assunto, anche nel Lazio, un carattere strutturale che nessun intervento di carattere temporaneo – fosse anche un bonus economico – potrà più arginare. I dati provvisori dell’Istat relativi ai primi sette mesi del 2025 raccontano, per la regione Lazio, una flessione delle nascite del 9,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: un dato che, nell’analisi di Maggino, spinge l’indice di fecondità medio a quota 1,01 figli per donna, una soglia inferiore addirittura alla media nazionale.

Numeri che non mentono: il record negativo del 2025

Il quadro nazionale, del resto, non appare meno drammatico. Il 2025 si appresta a chiudersi con un nuovo, ennesimo record negativo: sono stati registrati appena 355 mila nati, circa 15 mila in meno rispetto al già magro bilancio del 2024, con una diminuzione percentuale del 3,9%. Un tracollo che, se letto in chiave quotidiana, restituisce l’immagine di un Paese che mette al mondo meno di mille bambini al giorno. Il fenomeno, come evidenziano le statistiche, non ha conosciuto interruzioni dal 2008: anno dopo anno, la curva delle nascite non ha fatto che scendere, senza che si intravedessero segnali di un’inversione di tendenza. La fecondità media, ormai scesa a 1,14 figli per donna, si colloca ben al di sotto della soglia di ricambio generazionale, mentre il numero dei decessi, rimasto stabile attorno a 652 mila unità, amplifica il divario tra chi nasce e chi muore.

Famiglie e prospettive: il nodo delle scelte giovanili

A fronte di questo scenario, Maggino ha posto l’accento su un aspetto che ritiene cruciale e che precede qualsiasi valutazione di tipo economico: il bisogno di comprendere le ragioni profonde che spingono le giovani generazioni a rinviare o a rinunciare del tutto alla scelta di avere figli. Le rilevazioni Istat sulla struttura familiare dipingono un contesto in cui le coppie con figli rappresentano ormai solo il 28,4% del totale, mentre quelle senza figli arrivano al 20,2%. Una fotografia che, nell’interpretazione della consigliera dell’Osservatorio Vita e Natalità, impone di spostare il baricentro dell’attenzione dai cosiddetti incentivi contingenti – i “bonus” tanto di moda quanto, a suo avviso, inefficaci – a una riflessione più ampia sulle condizioni materiali e sociali in cui i giovani si trovano a vivere. “Mettiamo i ragazzi nelle condizioni di fare famiglia”, è il monito che sintetizza la necessità di interventi che agiscano sulla stabilità abitativa, lavorativa e sulla fiducia nel futuro.

Le ricadute economiche: il monito di Bankitalia e Abi

Le conseguenze di questa deriva demografica, del resto, non si esauriscono nel dato sociale ma investono con violenza il terreno economico. La Banca d’Italia, in recenti analisi, ha quantificato l’handicap strutturale che questa tendenza impone alla performance economica nazionale, segnalando come il Paese partirà con un gap di crescita fino almeno al 2050 a causa della contrazione della forza lavoro. Ancora più netta la proiezione dell’Abi, che stima una perdita di lavoratori tale da ridurre il Pil del 30% entro il 2080: meno persone attive sul mercato significa meno consumi, meno capacità di spesa e, in ultima analisi, una minore capacità di produrre ricchezza. Un circolo vizioso in cui il calo demografico diventa, di fatto, un moltiplicatore di recessione, destinato ad aggravare il già complesso equilibrio dei conti pubblici e delle prospettive di sviluppo.

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